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Quando la maturità è una questione di Stato. L’esame oggi e ieri

29 Settembre 2025

scritto da Redazione

Dal 1923, la disciplina dell’esame di maturità in Italia è stata modificata innumerevoli volte. Una prova che esiste da più di un secolo e che ha visto succedersi cambiamenti sostanziali e modifiche formali, volute dalla politica e rese talvolta necessarie in occasione di eventi epocali – guerre, crisi economiche e pandemia -, che hanno segnato profondamente la storia del Paese. Le iniziative di riforma sono recentemente culminate con l’entrata in vigore del decreto legge (n. 127 del 9 settembre 2025): una misura fortemente voluta dall’attuale ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara e che ha riportato il nome dell’esame di Stato alla sua più tradizionale dicitura, precedente al 1997 e mantenuta per quasi 100 anni, di esame di maturità.

In una recente intervista al quotidiano Avvenire, Valditara ha voluto chiarire la filosofia dietro il ritorno alla “Maturità”. Ripristinare questo termine vuol dire, secondo il ministro, riportare al centro della valutazione “quel grado di maturità, di autonomia, di responsabilità che [lo studente] ha saputo raggiungere”, senza limitare il giudizio alle sole nozioni apprese durante il percorso di studi.

Per le due prove scritte non cambia nulla, gli studenti ne sosterranno una di italiano uguale per tutti, e una nella materia che caratterizza il percorso di studi. La novità più sostanziosa di questa riforma riguarda l’orale: niente più colloquio generale su tutte le materie studiate nel corso dell’anno, la prova si baserà su quattro discipline individuate a gennaio di ogni anno con decreto ministeriale, insieme alla materia del secondo scritto. Il voto complessivo, sempre misurato in centesimi, terrà conto – come accaduto finora – del curriculum dello studente, che sarà allegato al diploma finale, e delle esperienze formative extra-scolastiche, ovvero dei percorsi PCTO che tornano a chiamarsi, come in passato, “formazione scuola-lavoro”. Piccole novità anche nella composizione delle commissioni d’esame: il presidente continuerà a essere esterno, i membri esterni e quelli interni passano da 3 a 2. Potranno attribuire punti integrativi che si riducono dai precedenti cinque a un massimo di tre. Per raggiungere il fatidico 100, ai crediti scolastici maturati nel corso dell’ultimo triennio (che potranno essere 40 al massimo) si sommeranno quelli delle due prove scritte, massimo 20 ciascuna, e altrettanti per l’orale.

Ulteriore novità: l’esame non sarà ritenuto valido nel caso in cui anche una sola delle prove non sia stata regolarmente sostenuta, ad esempio nel caso della prova orale, qualora il candidato si rifiuti deliberatamente di rispondere alle domande. Una misura presa per prevenire le proteste di alcuni studenti che agli esami della sessione scorsa avevano deciso di restare in silenzio come segno di protesta, visto che erano arrivati alla prova con un numero sufficiente di crediti per passare l’esame comunque (60 su 100).

Ripasso di storia

La normativa italiana sull’esame conclusivo del ciclo di studi scolastici superiori è cambiata più di dieci volte. Nato nel 1923 con la riforma dell’allora ministro dell’Istruzione Giovanni Gentile, l’esame prevedeva quattro prove scritte e un orale sui programmi svolti nel corso degli ultimi tre anni, con una commissione composta da soli esterni, spesso docenti universitari. Si trattava di un modello particolarmente severo e selettivo, espressamente pensato per pochi: in rapporto, le stime del ministero dell’Istruzione riportano infatti che solo 20mila persone su una popolazione di circa 40 milioni sostenne l’esame di maturità nell’anno scolastico 1924/25 (rapporto di 5 su 10mila).

Nel 1937 il ministro Giuseppe Bottai operò una prima semplificazione dell’esame ereditato dalla riforma Gentile, riducendo l’ambito delle materie a quelle affrontate nel corso dell’ultimo anno. Fu modificata anche la composizione della commissione esaminatrice e stabilito che soltanto presidente e vicepresidente dovevano essere esterni. Durante gli anni della Seconda guerra mondiale, fu ancora una volta il ministro Bottai a riorganizzare l’esame alla luce del mutato contesto sociale ed economico, così la verifica venne addirittura sostituita da uno scrutinio di fine anno: riunito il consiglio di classe, si valutavano i risultati ottenuti dagli studenti nel corso dell’anno scolastico, stabilendo quali promuovere e quali bocciare, e attribuendo voti e giudizi finali.

Nel dopoguerra, il ministro Guido Gonella decise di ritornare al modello di maturità introdotto negli anni ‘20 da Gentile, con quattro scritti e un orale, ma limitando i programmi agli ultimi due anni e inserendo anche membri interni nella commissione. Una svolta duratura arrivò nel 1969 con la riforma introdotta dal ministro Fiorentino Sullo: per oltre trent’anni gli studenti hanno dovuto affrontare due prove scritte e due esami orali, uno dei quali incentrato su una materia scelta dallo studente, con una commissione prevalentemente esterna e un sistema di valutazione in sessantesimi. Bisognò attendere il 1999 per l’entrata in vigore di una nuova normativa, firmata dall’allora ministro Luigi Berlinguer e che introdusse, tra le altre cose, il sistema dei crediti scolastici, il voto in centesimi, la terza prova – altrimenti detta “quizzone” -, la tesina multidisciplinare e una commissione mista con metà interni e metà esterni.

Tra il 2000 e il 2006 vennero adottate nuove importanti modifiche. In particolare, la ministra Letizia Moratti ridusse la presenza di membri esterni al solo presidente, aumentò il numero massimo di crediti ottenibili a 25 e introdusse la lode e il giudizio di ammissione.

Con la ministra Valeria Fedeli, nel 2017, la terza prova e la tesina sono sparite dai programmi d’esame, i crediti scolastici sono saliti a 40 e si sono aggiunti nuovi requisiti di ammissione, come aver completato i percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento (PCTO) – evoluzione dell’alternanza scuola-lavoro, istituita con la cosiddetta Buona Scuola (legge 107 del 2015), e le prove Invalsi (test annuali standardizzati, preparati dall’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione, che misurano il livello di apprendimento degli studenti nelle materie di Italiano, Matematica e Inglese); le prove scritte sono rimaste due e l’orale si è arricchito di un focus su cittadinanza e Costituzione.

La pandemia da Covid-19 ha stravolto di nuovo l’impianto: per due anni niente scritti, sostituiti da un maxi-orale, e commissioni composte quasi interamente da interni. Con il cosiddetto “ritorno alla normalità”, l’esame è poi tornato alla formula della ministra Fedeli: due scritti, un orale, 40 crediti e una commissione mista. L’unica eccezione è stata prevista nel 2023 per i maturandi dell’Emilia-Romagna, colpita dall’alluvione, che sono stati convocati a sostenere un colloquio interdisciplinare.

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