Premessa
Lunedì scorso, 16 giugno, l’Italia ha aderito formalmente all’Alleanza europea sul nucleare, della quale, fino a quel momento, ha fatto parte come semplice Paese osservatore. Nata su iniziativa della Francia nel 2023, l’Alleanza ha l’obiettivo di rafforzare il ruolo dell’energia nucleare nella transizione energetica europea e vi partecipano 14 Stati. Si tratta solo della più recente iniziativa del governo Meloni per accelerare il ritorno alla produzione di energia nucleare nel nostro Paese: “Siamo felici – ha commentato il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin lanciando la notizia a margine del Consiglio europeo Energia a Lussemburgo – di collaborare e lavorare attivamente per promuovere insieme la definizione di un quadro europeo favorevole allo sviluppo dell’intera catena del valore dell’energia nucleare”. Il titolare del MASE ha aggiunto che l’Italia sta “seguendo una strategia nazionale che, in maniera trasparente e graduale, promuove una rivalutazione pragmatica del ruolo dell’energia nucleare come fonte decarbonizzata, sicura, affidabile e programmabile”. Ma è concretamente percorribile questa strada? In questo numero di Esplora proveremo a chiarire se l’introduzione del nucleare nel mix energetico italiano è un’opportunità effettiva per abbassare i costi dell’energia per le imprese e le famiglie italiane, che sono tra i più alti in Europa.
L’11 dicembre 2023, il Parlamento europeo ha adottato con 409 voti a favore, 173 contrari e 31 astenuti (su 613 votanti) la relazione sui piccoli reattori nucleari firmata dall’eurodeputato sloveno del Partito popolare europeo, Franc Bogovič, che chiede una specifica strategia industriale globale per lo sviluppo dei piccoli reattori nucleari nell’Unione europea. È su questo tipo di tecnologia che si è riaperto il dibattito nazionale: si tratta di piccoli reattori modulari con una potenza compresa tra 10 e 300 MW. Hanno una capacità energetica ridotta rispetto alle grandi centrali nucleari, ma possono essere assemblati in fabbrica e poi spediti e installati dovunque sia necessario. Nel documento viene evidenziato che “i piccoli reattori modulari potrebbero essere utilizzati, tra l’altro, per la produzione di energia in zone remote con capacità di rete limitata o in zone in cui l’uso di grandi centrali nucleari tradizionali potrebbe non essere possibile”. C’è un unico problema: utilizzano reazioni di fissione nucleare per generare calore che produce energia. Ad oggi non è previsto dalla normativa italiana l’utilizzo, per la produzione di energia elettrica, di reazioni di fissione nucleare, ovvero processi in cui il nucleo di un atomo pesante (come uranio o plutonio) si divide in due nuclei più leggeri, rilasciando una grande quantità di energia (sotto forma di calore), neutroni liberi e radiazioni.
Bisogna premettere anche che l’Italia ha un passato di tutto rispetto per quanto riguarda il nucleare grazie allo straordinario lavoro di ricerca di quel gruppo di menti eccezionali guidate dal fisico premio Nobel, Enrico Fermi, meglio noto come “I ragazzi di via Panisperna”. Questi, negli anni ‘30, nell’omonima via del Quartiere Monti di Roma, scoprirono, nel 1934 “i neutroni lenti”, rallentati con paraffina, molto più efficaci nel provocare reazioni nucleari. Questa scoperta, che venne poi brevettata da Fermi, portò alla nascita dei reattori nucleari e fu la base per la realizzazione, nel 1944, della bomba atomica, alla quale partecipò lo stesso premio Nobel. Fermi prese parte al “Progetto Manhattan”, guidato dal fisico Robert Oppenheimer, a Los Alamos negli Stati Uniti, dove nel frattempo era emigrato, in fuga dalle leggi razziali. La palazzina romana dove “I ragazzi di via Panisperna” si riunivano, oggi ospita il Museo storico della fisica e Centro studi e ricerche Enrico Fermi.
I Referendum del 1987 e del 2011
Dopo il disastro di Chernobyl (26 aprile 1986), in Italia crebbe una forte opposizione popolare contro l’uso dell’energia nucleare: tre partiti (Radicali, Verdi, PCI) promossero un referendum per limitare o bloccare il programma nucleare. L’8 e il 9 novembre 1987 il 65 per cento degli italiani, superando ampiamente il quorum, votò a favore dell’abrogazione – i sì furono l’80% – di parti della legge (l. 10 gennaio 1983 n. 8) che permettevano la partecipazione statale a programmi nucleari all’estero; la possibilità del governo di imporre centrali nucleari anche senza il consenso delle Regioni; incentivi economici ai comuni che accettavano impianti nucleari sul territorio. A quel punto, l’allora governo guidato da Giovanni Goria (della Democrazia cristiana), avviò il percorso di arresto delle centrali ancora attive in Italia – Latina, Trino (Vercelli) e Caorso (Piacenza), la centrale del Garigliano (Frosinone) era stata già chiusa nel 1982 – e degli impianti del ciclo del combustibile nucleare, e interruppe i lavori di costruzione delle centrali di Montalto di Castro (Viterbo) e di Trino 2 (entrambe mai entrate in funzione).
Con l’obiettivo di smantellare queste centrali (cosiddetto decommissioning) e mettere in sicurezza i rifiuti nucleari, venne istituita nel 1999 la Sogin, acronimo di Società gestione impianti nucleari, nata inizialmente come compagnia del gruppo Enel poi successivamente trasferita al ministero dell’Economia, che tuttora la controlla. È la società dello Stato che, oltre del decommissioning, si occupa della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi prodotti ogni giorno dalle attività industriali, di ricerca e di medicina nucleare, come richiesto dalla Direttiva 2011/70/Euratom del Consiglio del 19 luglio 2011 che stabilisce che ciascuno Stato membro ha la responsabilità ultima riguardo alla gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi generati nel suo territorio.
Nel 2009, il governo Berlusconi IV rilanciò il programma nucleare italiano, attuando con un decreto legislativo (31/2010) una legge delega (99/2009) che prevedeva la costruzione di nuove centrali con tecnologie di terza generazione. L’obiettivo era quello di reintrodurre il nucleare nel Paese, dopo la chiusura degli impianti conseguente al referendum del 1987.
Nel 2011 si tenne un referendum abrogativo promosso da comitati civici e partiti ambientalisti, con l’intento di cancellare le norme che permettevano la realizzazione di nuove centrali in Italia. Nello stesso contesto si votava anche su altri due quesiti, relativi alla gestione dell’acqua pubblica e al legittimo impedimento, per un totale di tre quesiti referendari.
Il referendum registrò un’affluenza di circa il 54% degli aventi diritto, superando così il quorum necessario per la validità della consultazione: più del 94% dei votanti si espresse a favore dell’abrogazione, dicendo quindi no al ritorno del nucleare in Italia. L’esito determinò la fine del programma nucleare avviato dal governo Berlusconi.
In una fase iniziale, l’esecutivo tentò di rinviare o annullare il referendum attraverso una moratoria legislativa, ma la Corte di Cassazione confermò la validità del quesito e ne autorizzò il voto. L’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi riconobbe pubblicamente il risultato, affermando che il nucleare non rappresentava più una priorità per il governo.
La questione energetica e il contesto internazionale
I prezzi dell’energia per uso commerciale in Italia sono tra i più alti in Europa, come rilevato da uno studio della Commissione Ue dedicato all’andamento dell’industria manifatturiera a zero emissioni nei Paesi membri pubblicato il 14 gennaio scorso. Secondo i dati forniti dall’ISTAT lo scorso 10 marzo, a gennaio 2025 la crescita su base annua dei prezzi della fornitura di energia elettrica e gas “è in forte accelerazione (+18,1%, da +3,6% di dicembre 2024)”, e ha causato “l’aumento congiunturale e l’accelerazione della crescita tendenziale dei prezzi alla produzione dell’industria”.
Per porre rimedio a questa emergenza, iniziata a febbraio 2022 con il conflitto fra Ucraina e Russia, i governi che si sono susseguiti hanno emanato una serie di decreti legge per contenere i prezzi dell’energia: il primo, varato dal governo Draghi, già nel marzo dello stesso anno (cosiddetto “dl bollette”, n. 17 del 2022), il secondo, dell’esecutivo Meloni, il 29 settembre 2023 (cosiddetto “dl energia”, n. 131/2023), il terzo, sempre d’iniziativa dell’attuale governo, il 9 dicembre 2023 (cosiddetto “dl sicurezza energetica”, n. 181/2023). Infine, il quarto, varato lo scorso 28 febbraio (cosiddetto “dl bollette-energia”, n. 19/2025). Vedi Esplora del 28 marzo 2025.
Il dibattito sul nucleare si è riaperto sulla scorta di questa emergenza: il governo attualmente in carica, guidato da Giorgia Meloni, ha proposto la reintroduzione del nucleare nel mix energetico nazionale “puntando sui mini reattori, una scelta coraggiosa per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione rafforzando la competitività delle nostre imprese”, ha dichiarato lo scorso 27 maggio all’Assemblea di Confindustria. In questo senso “abbiamo fatto partire Nuclitalia con Enel, Leonardo e Ansaldo Energia”, ha aggiunto riferendosi alla società nata lo scorso 14 maggio per occuparsi dello studio di tecnologie avanzate – con un focus iniziale sugli Small modular reactor (SMR) raffreddati ad acqua – e dell’analisi delle opportunità di mercato nel settore del nuovo nucleare. Le quote del capitale sono detenute per il 51% da Enel, per il 39% da Ansaldo Energia e per il 10% da Leonardo.
Occorre aggiungere che, attualmente, circa il 5–15 % dell’energia elettrica italiana è di origine nucleare e viene interamente importata da Francia e Svizzera. Proprio i nostri cugini d’Oltralpe sono i leader del settore in Europa con 57 reattori attivi che producono circa il 65% dell’elettricità nazionale. Il governo francese ha in programma la costruzione di ulteriori impianti per rafforzare la propria autonomia energetica. Nell’Unione europea sono operativi 166 reattori nucleari distribuiti in 12 Paesi, con una capacità complessiva di circa 149 gigawatt elettrici. Il nucleare copre circa il 24% del fabbisogno elettrico complessivo dell’UE.
Slovacchia, Finlandia, Ungheria, Repubblica Ceca, Romania, Bulgaria e Slovenia sono Paesi che stanno investendo in questo tipo di energia o vogliono espanderne la portata, mentre la Svezia ha abbandonato il precedente piano di uscita dal nucleare e prevede ora la costruzione di nuovi impianti entro il 2035. La Polonia, che finora non dispone di centrali nucleari, ha avviato i preparativi per la realizzazione dei suoi primi reattori. Mentre la Germania, a valle dell’incidente nel 2011 di Fukushima in Giappone – dove esplose una centrale nucleare -, ha disattivato le sue centrali e la Spagna chiuderà i suoi impianti entro il 2035.
Le iniziative del governo e del Parlamento
La riunione del Consiglio dei ministri del 28 febbraio 2025 ha approvato un disegno di legge delega – che sarà trasmesso al Parlamento a breve, ha assicurato il ministro Pichetto Fratin a margine del Consiglio europeo del 17 giugno – in materia di energia nucleare: la bozza delega il governo a emanare i necessari decreti legislativi per la disciplina della produzione di energia da fonte nucleare sostenibile sul territorio nazionale, per la produzione di idrogeno, la disattivazione e lo smantellamento degli impianti esistenti, la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare esaurito, la ricerca, lo sviluppo e l’utilizzo dell’energia da fusione, e la riorganizzazione delle competenze e delle funzioni in materia. Una volta trasmesso in Parlamento, il testo dovrà superare il vaglio delle commissioni e delle Aule di entrambe le Camere, poi sarà pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, entrerà in vigore e da quella data l’esecutivo potrà attuare il provvedimento attraverso dei decreti. L’introduzione di queste disposizioni sono consentite perché l’Italia non ha un divieto costituzionale sull’uso del nucleare: tuttavia, una forte opposizione pubblica, come quella messa in atto durante i referendum del 1987 e del 2011, potrebbe nuovamente portare a un referendum abrogativo se venisse raccolto il numero necessario di firme.
Il disegno di legge di cui abbiamo appena parlato è il passaggio normativo che il governo ha immaginato per reintrodurre la produzione di energia nucleare, ma non è l’unica iniziativa attivata in questo ambito dall’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
Tra queste, la Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile (PNNS), istituita con il decreto ministeriale 16 novembre 2023 e presentata a Roma dal ministro Pichetto Fratin il precedente 21 settembre. Un gruppo di studio, raccordo e coordinamento dei principali stakeholder italiani nel settore nucleare (enti di ricerca, università, imprese, associazioni di categoria) suddiviso in sette gruppi di lavoro coordinati dall’allora presidente dell’ENEA, Gilberto Dialuce, e dall’amministratore delegato di RSE (Ricerca sistema energetico), Franco Cotana. La PNNS ha avuto l’obiettivo prioritario di sviluppare linee-guida e una roadmap, con orizzonte 2050, per consentire al ministero di definire un percorso finalizzato alla possibile ripresa dell’utilizzo dell’energia nucleare in Italia attraverso le nuove tecnologie nucleari sostenibili in corso di sviluppo. Vista la portata di questo lavoro, il 10 aprile scorso la Commissione europea ha approvato un nuovo IPCEI (Important project of common european interest) dedicato alle tecnologie nucleari innovative, assegnando all’Italia il ruolo di penholder (coordinatore) a livello europeo.
Quanto al Parlamento, si è conclusa lo scorso febbraio la lunga indagine conoscitiva sul ruolo dell’energia nucleare nella transizione energetica nelle commissioni riunite Ambiente e Attività produttive della Camera: sono intervenuti rappresentanti delle istituzioni e del mondo dell’industria. Di rilievo l’intervento del ministro delle Imprese Adolfo Urso: “L’Italia possiede brevetti competitivi a livello globale, e il nostro obiettivo è realizzare reattori di nuova generazione, da installare su richiesta delle imprese o dei distretti industriali, rispettando i più elevati standard di sicurezza”. Ha poi segnalato che le centrali di nuova generazione possono rispondere alle esigenze delle imprese energivore e dei nuovi data center, offrendo anche un ottimizzato utilizzo del suolo rispetto ad altre fonti rinnovabili. Secondo il ministro, il costo dell’energia nucleare di nuova generazione è stimato sotto i 100 euro per MWh, il che lo rende competitivo rispetto alle rinnovabili, che attualmente si attestano sui 65 euro, ma con costi aggiuntivi per lo stoccaggio e un tempo di produzione quattro volte superiore. “Il governo ha deciso di fornire le basi e le motivazioni tecniche e scientifiche per valutare l’opportunità e gli eventuali vantaggi di una ripresa della produzione di energia nucleare in Italia”, è stato quanto dichiarato dal ministro Pichetto Fratin presso la stessa sede.
Lo scorso 12 febbraio, l’Aula della Camera ha approvato una mozione a prima firma di Davide Faraone (IV) che chiede al governo di adottare iniziative finalizzate allo sviluppo di un piano energetico nazionale fondato sul principio della neutralità tecnologica, che tenga conto delle necessità di migliorare gli investimenti per l’accumulo e lo stoccaggio dell’energia rinnovabile e per l’implementazione della produzione nucleare con impianti di terza generazione.
In merito alle proposte di legge, quelle presentate alle Camere sono in fase di stallo, in attesa dell’intervento del governo. Il presidente della commissione Ambiente del Senato, Claudio Fazzone di Forza Italia, ha presentato un disegno di legge sulla costruzione di nuovi impianti di produzione di energia nucleare, che risulta soltanto incardinato presso la commissione da lui presieduta nel luglio 2024. Stessa sorte per la proposta di legge con disposizioni per l’adozione di una strategia nazionale di sviluppo delle tecnologie nucleari di nuova generazione del leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, presentata il 26 febbraio 2024: anche in questo caso il testo è stato soltanto assegnato alla commissione Attività produttive il 17 luglio 2024, ma l’esame non è mai cominciato.
Lo scorso 14 gennaio, il leader di Azione Carlo Calenda ha presentato in conferenza stampa alla Camera l’esito della raccolta di firme lanciata dal partito a ottobre 2024 per la reintroduzione del nucleare nel mix energetico italiano, con l’obiettivo di presentare al Senato un disegno di legge delega in materia. Sono state raccolte oltre 80mila firme. “Credo che non ci sia tempo da perdere”, ha commentato il segretario del partito e senatore in riferimento al ritorno al nucleare.
La questione dei rifiuti radioattivi
Si definisce rifiuto radioattivo ogni materiale che deriva dall’utilizzo pacifico dell’energia nucleare o di altre tecnologie nucleari, che contenga isotopi radioattivi, e di cui non è previsto il riutilizzo. Il termine comprende categorie di rifiuti fra loro molto diverse, fra cui quelli che provengono dai reattori di trattamento del combustibile nucleare, quelli prodotti dallo smantellamento di vecchi impianti, e gli elementi di combustibile esauriti. Sono tutti considerati molto pericolosi per la salute umana e per l’ambiente e vengono classificati in base al livello di radioattività: molto bassa (VLLW), bassa (LLW), media (ILW) e alta (HLW). Possono essere necessari fino a 300 anni per la loro neutralizzazione. La classificazione determina il tipo di trattamento e smaltimento necessario. I rifiuti vengono trattati per ridurne il volume e stabilizzarne la forma chimica e fisica: possono essere cementati, vetrificati o incastrati in contenitori schermati.
In attesa del deposito definitivo, i rifiuti vengono conservati in piscine di raffreddamento o in contenitori a secco, poi vengono spostati nei depositi, superficiali o profondi per lo smaltimento permanente.
Il principio fondamentale alla base della politica italiana in tema di gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito è quello di proteggere la popolazione, i lavoratori e l’ambiente dal rischio di esposizione alle radiazioni ionizzanti e, in particolare, di evitare l’indebito trasferimento alle generazioni future dell’onere di gestione dei rifiuti radioattivi oggi presenti, assicurando l’adozione, senza ritardi, delle necessarie soluzioni.
L’Italia ha avviato l’iter procedurale per individuare e realizzare nel nostro Paese un sito centralizzato di stoccaggio e/o smaltimento dei rifiuti radioattivi: il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi incluso in un parco tecnologico (DNPT), per la cui localizzazione, progettazione, realizzazione e gestione è stato individuato come soggetto responsabile la Sogin. Si tratta di una struttura enorme che si svilupperà su un’area di 150 ettari e che dovrà stoccare 78mila mc di rifiuti a bassa radioattività per almeno 150 anni, in attesa che venga realizzato il deposito geologico profondo. Al momento il Mase ha messo a punto una mappatura delle zone italiane che potrebbero ospitarlo, e avviato la valutazione ambientale strategica.
Le opinioni
Il presidente uscente di Arera – Autorità di regolazione delle reti, dell’energia e dell’ambiente – Stefano Besseghini, durante la presentazione alla Camera della relazione annuale delle attività svolte, lo scorso 10 giugno, ha spiegato che il nostro mix energetico dipende significativamente dalle materie prime di importazione costosa e spesso esposta a fattori globali che ne minano la sicurezza di fornitura, necessario quindi garantire la sicurezza e sostenibilità economica delle forniture energetiche. “Bene ha fatto il governo a riportare nel dibattito il tema della tecnologia nucleare”, ha dichiarato il numero uno di Arera, spiegando che però qualunque prospettiva di sviluppo del nuovo nucleare si misura negli anni, per cui i temi dell’approvvigionamento e del costo dell’energia rimangono aperti nel prossimo futuro, fermo restando l’impegno alla decarbonizzazione.
Francesca Mariotti, presidente dell’ENEA, Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile, in audizione alla Camera lo scorso 25 marzo ha dedicato un passaggio alle tecnologie innovative sulle quali intende porre attenzione ovvero: “Idrogeno verde, biocarburanti, cattura e stoccaggio della CO2 e nucleare di nuova generazione”, sul quale l’Italia “può svolgere un ruolo centrale” e in particolare la sua agenzia. “La mia convinzione – ha detto – è sostenere il nucleare di piccola taglia stando attenti alla gestione dei rifiuti e alla sicurezza”.
“Riteniamo che l’opzione nucleare sia fondamentale per rivisitare il mix energetico nel medio-lungo periodo: perché contribuisce a ridurre le emissioni di gas a effetto serra come previsto dagli accordi di Parigi”. Lo ha detto il delegato per l’Energia di Confindustria Aurelio Regina durante l’audizione nelle commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sul ruolo dell’energia nucleare nella transizione energetica e nel processo di decarbonizzazione.
Critiche le associazioni ambientaliste. Per Legambiente, WWF Italia, Greenpeace Italia, e Kyoto Club “il governo Meloni sta totalmente sbagliando strada. Si ostina a credere che quello del “nucleare sostenibile” sia un futuro energetico percorribile e realizzabile in tempi brevi, ma si tratta di una scelta sbagliata e insensata. Il nucleare di quarta generazione o dei mini-reattori modulari nucleari la cui realizzabilità è tutta da dimostrare, ha costi alti, tempi lunghi e non elimina l’annoso problema delle scorie, uno dei principali ostacoli ancora irrisolti del settore. Investire in questa forma di produzione di energia, come contributo alla lotta alla crisi climatica, sarebbe una scelta assolutamente contraddittoria con l’urgenza degli interventi di riduzione delle emissioni climalteranti”. Infine, hanno detto le associazioni, l’esecutivo “non dimentichi che l’Italia ha già espresso il suo forte no al nucleare con il referendum del 1987 e del 2011”.
Per approfondire
Film
- Nuclear Now (2022) – Documentario di Oliver Stone che esplora il ruolo del nucleare nella lotta al cambiamento climatico.
- Chernobyl 1986 (2021) – Film di Danila Kozlovsky che ricostruisce il disastro nucleare avvenuto nel 1986.
- Chernobyl (2019) – Miniserie HBO che racconta passo dopo passo l’incidente del 26 aprile 1986.
- Oppenheimer (2023) – Il film di Christopher Nolan sulla storia del padre della bomba atomica, Robert Oppenheimer, e il progetto Manhattan.
Libri
- “Energia nucleare. Una scelta etica” – libro del 2022 di Umberto Minopoli con una analisi del dibattito nucleare in Italia e nel mondo, con riflessioni etiche e ambientali. Disponibile su Amazon, IBS, Feltrinelli.
- “A bright future: how some countries have solved climate change and the rest can follow” – di Joshua S. Goldstein & Staffan A. Qvist che sostiene l’energia nucleare come strumento fondamentale contro il cambiamento climatico. Disponibile su Amazon.
- “Il nucleare civile. Storia e futuro di una tecnologia controversa” – di Salvatore Sechi affronta la storia e le controversie del nucleare in Italia e in Europa, con un taglio didattico.


