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La moda che inquina: le regole per fermare la fast fashion

24 Ottobre 2025

scritto da Redazione

Quali regole per la moda che inquina

Il 15 ottobre scorso il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha incontrato i vertici delle principali associazioni della filiera della moda italiana e ha annunciato una nuova misura per contrastare l’ultra fast fashion. Quest’ultimo è un modello di produzione e vendita di abbigliamento e calzature, utilizzato in gran parte dalle aziende cinesi e orientali, caratterizzato da volumi di produzione elevati, prezzi molto bassi e un marketing online molto aggressivo, che genera un forte impatto ambientale e sociale e penalizza i produttori italiani mettendo a rischio l’intera filiera. Il provvedimento, ha spiegato Urso, attuerà la parte della nuova direttiva europea sui rifiuti (2025/1892), entrata in vigore il 16 ottobre, prevedendo  l’introduzione a livello dell’Unione di norme armonizzate in materia di responsabilità estesa del produttore per i prodotti tessili con un’ecomodulazione delle tariffe. L’obiettivo principale è creare un’economia per la raccolta, la cernita, il riutilizzo e il riciclaggio dei prodotti tessili, e predisporre incentivi affinché i produttori concepiscano i loro prodotti nel rispetto dei principi di circolarità. 

Secondo il ministro, si tratta di una misura che completerà il percorso avviato il 14 ottobre scorso con l’approvazione in commissione Industria del Senato di un pacchetto di emendamenti al disegno di legge annuale sulle piccole e medie imprese (S. 1484), approvato dall’Aula di Palazzo Madama e atteso a Montecitorio per il secondo passaggio parlamentare. Le disposizioni prevedono interventi per certificare la trasparenza e la qualità del lavoro delle filiere, contrastando le pratiche scorrette attraverso l’introduzione di un sistema volontario di certificazione per garantire la legalità e la tracciabilità lungo l’intera filiera produttiva. Le imprese che adotteranno modelli organizzativi efficaci nella prevenzione dei reati e saranno conformi ai requisiti potranno ottenere l’attestazione di “Filiera della moda certificata”.

Secondo la direttiva europea, gli Stati membri, entro giugno 2027, dovranno garantire che i produttori siano responsabili anche della fase di fine vita dei prodotti tessili, calzature e articoli simili che immettono per la prima volta sul mercato. I produttori dovranno affidare a un’organizzazione specifica (un consorzio riconosciuto dal ministero dell’Ambiente) il compito di gestire per loro conto tutti gli obblighi che prevede la responsabilità estesa del produttore, come la raccolta, il riciclo e lo smaltimento dei rifiuti tessili. Inoltre, ogni Stato dovrà istituire un registro ufficiale dei produttori tessili, per verificare che questi rispettino la normativa. Infine, le attività di gestione dei prodotti usati dovranno essere organizzate in modo da evitare contaminazioni o danni ai materiali, proteggendoli da agenti atmosferici e altre fonti di degrado. Il provvedimento riguarderà soprattutto le aziende che effettuano la vendita online, che fino ad ora non si erano dovute preoccupare della “responsabilità” dei prodotti immessi sul mercato, in quanto la loro produzione si svolge fuori dall’UE: le cosiddette aziende di “fast fashion” e “ultra fast fashion”, che sono quelle che generano più materiale da smaltire. 

Come il nostro Parlamento si è occupato dei rifiuti tessili 

La Camera dei deputati ha avviato, il 25 giugno scorso in commissione Attività produttive, un’indagine conoscitiva sul tessile, che si concluderà con l’approvazione di un documento conclusivo, di cui l’esecutivo potrà tenere conto per orientare le proprie politiche su questo tema. Durante le audizioni, il direttore generale di Consorzi Cobat, Michele Priori, ha detto che la responsabilità estesa del produttore può aiutare nella gestione dei rifiuti e generare maggiore valore aggiunto in termini di occupazione e di PIL, in quanto, ad oggi, il fine vita dei tessili viene gestito solo da associazioni benefiche. Cristian Locatelli, vicepresidente dell’Associazione dei costruttori italiani di macchinari per l’industria tessile (ACIMIT), è intervenuto sul tema del riciclo dei rifiuti tessili sottolineando l’assenza in Italia di una vera filiera capace di processare le fibre tessili e la necessità di garantire la competitività dei filati rigenerati rispetto ai capi provenienti dai Paesi fuori dall’UE. Mentre Matteo Cavelli, presidente della Federazione tessili vari e vicepresidente di Unione tessile nazionale (Confapi) – organismi che fanno entrambe parte di Consorzio Cobat – ha messo in luce la necessità di una norma nazionale che regoli la corretta attuazione della responsabilità estesa del produttore, attraverso tre criteri fondamentali: 

  • la tracciabilità delle lavorazioni tessili, da considerare come uno strumento di valorizzazione e non come un onere burocratico, individuando quattro operazioni chiave (filatura, tessitura, maglieria, tintoria e confezione) da analizzare sotto il profilo della sostenibilità
  • la definizione di criteri comuni per stabilire quando un prodotto sia effettivamente sostenibile, rilevando la complessità data dalla varietà di prodotti e dal rischio derivante da alcune sostanze presenti nei materiali riciclati; 
  • la necessità di introdurre il passaporto digitale del prodotto che contenga tutte le informazioni necessarie.

Sul tema della gestione dei rifiuti tessili Francesca Ghirra di Alleanza verdi sinistra ha presentato, il 14 ottobre scorso, un’interrogazione a cui ha risposto il viceministro delle Imprese Valentino Valentini confermando che è in lavorazione lo schema di decreto, di concerto con il ministero dell’Ambiente, in materia di responsabilità estesa del produttore per introdurre misure innovative per la filiera. In replica, il collega di partito di Ghirra, Francesco Mari ha fatto l’esempio della Francia che ha investito 49 milioni di euro solo nel 2025 a sostegno del settore della raccolta e del recupero dei rifiuti tessili, mentre in Italia gli operatori chiedono un aiuto di soli 25 centesimi per ogni chilogrammo di rifiuti, corrispondenti a un totale di circa 42 milioni di euro, che, a suo parere sarebbe un costo affronatbile per lo Stato, a fronte di un problema molto rilevante.

Provvedimenti europei

Anche il settore tessile francese è stato ostacolato dalla fast fashion. Per affrontare le conseguenze ambientali ed economiche del fenomeno, la deputata Anne-Cécile Violland (Horizons, partito di centro-destra) ha proposto un disegno di legge che è stato approvato nel marzo 2024 dall’Assemblea nazionale francese e nel giugno scorso anche dal Senato. Per essere attuato deve ora essere approvato dai deputati e dai senatori in una riunione della commissione mista. Il testo introduce tre norme: 

  • il divieto di pubblicare online campagne pubblicitarie che incoraggino l’acquisto di abiti e accessori di fast fashion (inclusi i video a pagamento di influencer che ne promuovono la vendita);
  • un sistema che valuterà con dei punteggi l’impatto ambientale dei prodotti venduti dalle aziende di fast fashion, comprese le emissioni, l’uso delle risorse e la riciclabilità. I marchi con i punteggi più bassi subiranno una tassa o sovrapprezzo (che non potrà superare il 50% del prezzo del prodotto) fino a un massimo di cinque euro per articolo a partire dal 2025, aumentando a dieci euro entro il 2030; 
  • l’inserimento in tutte le piattaforme e-commerce che vendono vestiti e accessori di fast fashion messaggi che incoraggino il riuso e la riparazione e informazioni sull’impatto ambientale dei prodotti; 

Sulla scorta dell’esempio francese, anche la Germania si sta attivando per contrastare questo fenomeno e ha proposto al Parlamento Europeo (cui è delegata la regolamentazione dei dazi per i Paesi Ue) una revisione delle regole doganali, soprattutto per la Cina, con lo scopo di creare una concorrenza più equa. Secondo la normativa attuale, è consentita una totale detassazione doganale per i beni fino a 150 euro, permettendo a migliaia di pacchi al giorno provenienti dall’Asia – con un valore medio stimato tra gli 8 e i 10 euro a pacco – di entrare nel mercato Ue compromettendo l’economia delle piccole e medie imprese. Uno stimolo cui gli europarlamentari hanno risposto con una proposta di modifica al regolamento sulle tariffe per le vendite a distanza di beni che introduce una tassa aggiuntiva di 2 euro per ogni spedizione extra-UE e rafforza la tracciabilità delle importazioni.

La Germania, inoltre, per incentivare un consumo più sostenibile, già nel 2019 aveva introdotto il “Green button”, una certificazione nazionale che garantisce la conformità dei prodotti tessili a standard rigorosi di sostenibilità ambientale e sociale. Per ottenere il “bottone” l’impresa deve rispettare 46 criteri, suddivisi in due categorie:

  • criteri per l’azienda: le imprese devono dimostrare responsabilità sociale e ambientale lungo l’intera filiera, con politiche di trasparenza, gestione del rischio e misure a tutela delle condizioni di lavoro;
  • criteri per il prodotto: i capi devono essere realizzati in strutture che garantiscano sicurezza e rispetto dei diritti dei lavoratori e avere requisiti di sostenibilità, tra cui l’uso di materiali riciclati, metodi di produzione ecocompatibili e assenza di sostanze tossiche.

Per quanto riguarda queste ultime, l’Unione Europea ha introdotto già nel 2007 il Regolamento REACH (Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals), che stabilisce norme rigorose per la produzione, l’importazione e l’uso sicuro delle sostanze chimiche. Questo regolamento prevede limitazioni per determinate sostanze pericolose, vietandone l’uso in prodotti di largo consumo, come giocattoli, tessuti o cosmetici, dove l’esposizione può essere più elevata. Ma le aziende di fast fashion – con produzione fuori dall’UE – spesso non rispettano le regole, come rivela un’indagine di Greenpeace. L’ONG ha acquistato 47 articoli dai siti web di Shein per poi analizzare la presenza di sostanze chimiche in laboratorio. I risultati indicano la presenza di almeno una sostanza tossica nel 96% dei prodotti analizzati, di questi, 15 avevano concentrazioni superiori ai limiti consentiti dalle normative europee (alcuni superiori a 100.000 mg/kg a fronte del limite europeo inferiore a 1.000 mg/kg), e tutti i materiali erano stati ricavati dalla raffinazione dei combustibili fossili. 

La nascita della fast fashion

Nel corso dell’ultimo secolo il settore della moda ha attraversato profondi mutamenti, evolvendosi in parallelo alla società, agli eventi storici e ai cambiamenti culturali. Se fino alla metà dell’Ottocento l’abbigliamento era un bene costoso, riservato a pochi e realizzato su misura dai sarti, con la Rivoluzione industriale si afferma la produzione in serie, resa possibile dall’introduzione di nuovi macchinari per la lavorazione dei tessuti, che accelerano i tempi di produzione. Con il boom economico i prezzi dei capi di abbigliamento diventano sempre più bassi e cresce la domanda, favorendo l’ascesa della fast fashion, un nuovo modello produttivo nato per rispondere rapidamente alle richieste di capi economici e allo stesso tempo di tendenza. I primi marchi di questo nuovo settore sono H&M, nato in Svezia nel 1947 e proprietario dei marchi Cheap Monday, COS, Monki, Weekday & Other Stories, e nel 1975 lo spagnolo Zara (proprietario dei marchi Pull&Bear, Massimo Dutti, Bershka, Stradivarius, Oysho e Zara Home, oltre a Lefties e Uterqüe), che per la prima volta eliminano le collezioni stagionali (autunno/inverno e primavera/estate) per sostituirle con la “moda istantanea”, basata su una produzione accelerata (fast), capace di portare i nuovi capi, ispirati a quelli delle sfilate, nei negozi ogni mese o, in alcuni casi, ogni due settimane. Lo scopo delle aziende non è più solo quello di offrire prezzi accessibili a tutti, ma stimolare un consumo continuo rinnovando costantemente l’offerta.

La crescita di questo settore arriva in contemporanea all’ascesa dei social media: oggi le tendenze nascono e si diffondono online ogni giorno tramite piattaforme come Instagram o TikTok. È in questo contesto che nascono, in Cina, le aziende di “ultra fast fashion” (come Shein e Temu), in cui produzione e commercializzazione dei capi si svolgono addirittura in una sola giornata, sfruttando la vendita esclusivamente online e strategie di prezzo aggressive con cui le aziende di moda non possono competere, basti pensare che un singolo capo costa solo pochi euro. 

Inquinamento e rifiuti tessili che genera la fast fashion

Per garantire questa velocità e prezzi così bassi, però, la filiera sfrutta la manodopera a basso costo nei Paesi in via di sviluppo (tra cui India, Bangladesh, Pakistan e Cambogia) e impiega materie prime inquinanti come il cotone (ad alto consumo idrico) e il poliestere (che è fonte di microplastiche), lavorate con sostanze chimiche, alcune peraltro vietate dall’Unione europea per la loro pericolosità. Ogni fase del processo produttivo – dalla filatura alla tintura, fino all’imballaggio – è spesso suddivisa tra diversi Paesi, comportando un massiccio impiego di energia e trasporti, con conseguenti emissioni di gas serra.

Per favorire il consumo costante, i capi sono progettati per avere una durata di circa 6 o 7 utilizzi, dopodiché vengono gettati via. Secondo un report di Greenpeace, ogni anno nel mondo vengono prodotti circa 83 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, il 65% dei quali è costituito da fibre sintetiche. La maggior parte di questi viene inviata in Africa, Asia e America Latina, dove spesso mancano infrastrutture adeguate a gestire l’elevato volume di rifiuti. Vengono quindi abbandonati in discariche a cielo aperto o inceneriti (poiché il riciclo è più costoso e ostacolato dalla composizione mista dei tessuti e dai materiali sintetici derivati da combustibili fossili) contribuendo all’aumento dell’inquinamento, soprattutto per la quantità di sostanze tossiche che vengono rilasciate nell’aria e nell’acqua. Il fenomeno mette in luce disuguaglianze globali, poiché i profitti restano nelle mani delle grandi aziende, mentre il Sud del mondo subisce le conseguenze in termini di salute pubblica e degrado ambientale.

Ad esempio, secondo un reportage dell’agenzia di stampa francese France Press, nel deserto di Atacama, in Cile, da 15 anni giacciono circa 40 tonnellate di tessuti. In Kenya – secondo i dati del report Greenpeace – nel 2021 sono state inviate 900 tonnellate di rifiuti tessili, il 50% è stato bruciato nella discarica di Dandora. Nella valle del Jiului, in Romania, tra il 2020 e il 2023 sono state importate 125mila tonnellate di tessuti da smaltire provenienti principalmente dalla Germania, per i costi molto ridotti rispetto all’Europa (circa il 90% in meno).

Raccolta illegale di abiti usati 

Secondo quanto emerge da un articolo del quotidiano online Greenreport, in Italia, nel distretto tessile del Comune di Prato, nel 2024 sono state smaltite illegalmente 819 tonnellate di rifiuti tessili e 252 nei primi quattro mesi del 2025. Di queste, buona parte è stata bruciata o rivenduta nei mercati esteri dalla criminalità organizzata. Quest’ultima – secondo un’inchiesta del settimanale L’Espresso – è coinvolta anche nella gestione dei “cassonetti gialli”, destinati alla raccolta di abiti usati per la beneficenza, che vengono utilizzati come copertura per il traffico delle 110 tonnellate di materiali tessili raccolte ogni anno, generando un giro d’affari di circa 200 milioni di euro. Secondo le indagini in corso della Direzione antimafia di Firenze, la camorra avrebbe assunto il controllo del commercio di stracci a Prato, acquistando capi raccolti sia in Italia che nel Nord Europa per poi rivenderli in Tunisia.

Di recente l’azienda municipalizzata che gestisce i servizi ambientali per il Comune di Roma, Ama S.p.a, ha affermato che la gestione dei cassonetti gialli sta diventando una perdita economica, legata all’ascesa delle app per la vendita dell’usato e alla scarsa qualità degli scarti. Inoltre, il loro continuo danneggiamento da parte di chi cercava di saccheggiarli, peraltro lasciando in terra gli indumenti che non interessavano, ha portato Ama a cambiare strategia e sostituire i 1.200 contenitori gialli con 1.800 cassonetti di colore rosso tenuti non più nelle strade, ma in luoghi più protetti come scuole, centri anziani, mercati e grande distribuzione. L’obiettivo, annunciato dal diretto generale dell’azienda Alessandro Filippo, è arrivare a 3mila cassonetti “quando avremo la  certezza di un loro riempimento”.

Soluzioni sostenibili

Per mitigare gli effetti negativi che genera la fast fashion, sia per l’ambiente sia per chi lavora nelle fabbriche, costantemente esposto a sostanze tossiche per guadagnare pochissimi soldi, in Bangladesh una media di 19 centesimi l’ora, esistono alcuni esempi di pratiche più sostenibili. Se non vogliamo rinunciare all’acquisto di vestiti, quella dello “slow fashion” è un’alternativa più sostenibile, anche se più costosa. Con questa pratica i consumatori scelgono capi di aziende che rispondano a requisiti come: longevità dei prodotti, equità lavorativa e sostenibilità dei materiali impiegati. Un’altra opzione è quella dell’upcycling, il riutilizzo creativo di materiali di scarto o capi di abbigliamento per creare nuovi prodotti. A differenza del riciclo tradizionale, che spesso implica la scomposizione della materia prima tramite processi chimici, questa pratica conserva e trasforma il materiale esistente senza alterarne la struttura chimica. Ma la soluzione che ultimamente sta riscuotendo più successo, soprattutto nei giovani, è quella del second-hand, l’acquisto di abiti usati. Piattaforme come Vinted e Depop stanno aiutando questo processo, creando mercati digitali dove gli utenti possono comprare e vendere con facilità, da tutte le parti del mondo, e con la stessa velocità che propone la fast fashion.

Documentari: 

The true cost https://youtu.be/OaGp5_Sfbss

Udita (Arise) https://youtu.be/g_tuvBHr6WU

The next black https://youtu.be/XCsGLWrfE4Y

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