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La Comunità Politica Europea: il ritorno di un’idea mai del tutto tramontata

3 Ottobre 2025

scritto da Redazione

La Comunità Politica Europea: il ritorno di un’idea mai del tutto tramontata

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha partecipato il 2 ottobre scorso al vertice della Comunità politica europea (CPE) ospitato a Copenaghen, nel complesso del Bella Center. Quasi 50 capi di Stato e di governo si sono riuniti per discutere delle sfide che oggi mettono alla prova la stabilità del continente: dalla sicurezza militare ed energetica fino ai temi della migrazione e della resilienza economica.

La giornata si è aperta con una plenaria dedicata alle priorità più urgenti: il rafforzamento del sostegno all’Ucraina e la difesa dell’ordine europeo messo in discussione dalla guerra. A seguire, quattro tavole rotonde parallele hanno affrontato i principali dossier: due dedicate a sicurezza e resilienza, una alla sicurezza economica e una alla migrazione. Numerosi anche i bilaterali tra i leader presenti.

Una storia che parte da lontano

La CPE non nasce oggi e il suo nome richiama un progetto fortemente voluto dai padri federalisti, sin dagli albori delle Comunità europee. Già negli anni Cinquanta, infatti, l’Europa aveva tentato di dotarsi di una cornice politica comune. Nel 1951 la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) apriva la strada all’integrazione economica, mentre l’anno successivo i governi dei sei Paesi membri cominciarono a discutere la nascita della Comunità europea di difesa (CED). In quel contesto, l’idea di una Comunità politica europea appariva come il passo successivo: un progetto che prevedeva un parlamento bicamerale, un esercito comune, un bilancio condiviso e un’autorità politica centrale.

Tra i più convinti sostenitori vi era Alcide De Gasperi, allora presidente del Consiglio, che ottenne l’inserimento, nel trattato della CED, di un articolo – l’articolo 38 – che avviava un vero e proprio processo costituente: per una breve fase sembrò effettivamente possibile immaginare un’Europa federale. L’Assemblea della CECA fu incaricata di elaborare uno statuto della CPE, che prevedeva istituzioni moderne e competenze ampie, compresa la possibilità di imporre tasse comuni e creare progressivamente un mercato unico.

Ma la storia prese un’altra piega. La morte di Stalin, che aveva governato l’Unione sovietica per oltre trent’anni, i segnali di distensione internazionale, le difficoltà politiche in Francia, con la caduta del governo di René Mayer, e la sconfitta elettorale del democristiano Alcide De Gasperi in Italia raffreddarono l’entusiasmo. Fu dunque con la mancata ratifica del trattato CED da parte del parlamento francese che, nel 1954, anche il progetto della CPE naufragò. L’Europa avrebbe imboccato un’altra strada, quella del cosiddetto “funzionalismo”, prediligendo un processo di integrazione graduale per settori economici: un percorso che avrebbe condotto fino ai Trattati di Roma del 1957 e alla nascita della Comunità economica europea.

La rinascita nel XXI secolo

Quell’idea, rimasta in sospeso per decenni, è tornata sorprendentemente d’attualità nel 2022, quando Emmanuel Macron, in risposta all’invasione russa dell’Ucraina, ha rilanciato la proposta di una Comunità politica europea. L’intento era duplice: offrire una piattaforma di dialogo strategico ai Paesi del continente, e allo stesso tempo rassicurare gli Stati candidati all’adesione all’UE, che temevano di essere messi in secondo piano dopo la rapida candidatura di Ucraina e Moldavia.

Il primo incontro si è tenuto a Praga nell’ottobre 2022, con la partecipazione di 44 leader. Oltre ai 27 Paesi UE, erano presenti i candidati ufficiali (Ucraina, Moldavia, Serbia, Turchia), aspiranti come Georgia e Kosovo, ma anche partner chiave come Regno Unito, Svizzera, Norvegia, Islanda, Armenia, Azerbaigian e Liechtenstein.

Da subito la CPE si è presentata come un forum flessibile, senza simboli europeisti troppo marcati (per volere del Regno Unito non vengono utilizzati né bandiera né inno dell’UE) e senza una struttura fissa: niente segretariato, bilancio od organico permanente. Ogni vertice viene organizzato dal Paese ospitante, sul modello del G7 o del G20, con due appuntamenti annuali alternati tra Stati UE e non-UE.

Le sfide aperte, tra limiti e risultati concreti

Il valore simbolico della CPE è evidente: l’Europa crea uno spazio di dialogo politico più ampio di quello garantito dalle istituzioni tradizionali. Esistono tuttavia alcuni importanti nodi da sciogliere. Non esiste ancora una regola condivisa su come vengano prese le decisioni, se all’unanimità o a maggioranza qualificata, né si è mai deciso se la Comunità istituirà un fondo comune per sostenere progetti concreti. Alcuni osservatori vedono nella CPE un utile strumento di diplomazia preventiva, capace di rafforzare i legami con i Paesi vicini e di riportare attori come la Turchia e i Balcani occidentali più vicini all’orbita europea. Altri, al contrario, temono che diventi un semplice “parlatoio”, con vertici solenni ma privi di contenuto, o addirittura un modo per rallentare il processo di allargamento dell’UE.

Nonostante i limiti di governance, i primi vertici hanno già prodotto alcuni risultati: una missione di monitoraggio dell’UE al confine tra Armenia e Azerbaigian, un riavvicinamento tra Regno Unito e istituzioni europee (con Londra che ha aderito a progetti comuni come la cooperazione energetica del Mare del Nord), nuovi impegni finanziari per sostenere la sicurezza in Moldavia, e da ultimo, proprio su decisione del vertice del 2 ottobre, la creazione della Coalizione europea contro le droghe (ECAD).

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