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Dal caso Sigonella alle basi americane: cosa prevedono gli accordi e cosa dice la Costituzione 

30 Aprile 2026

scritto da Redazione

Il caso Sigonella e il contesto della guerra in Iran

La questione dell’utilizzo delle basi militari americane in Italia è tornata negli ultimi tempi al centro del dibattito politico ed istituzionale. L’evento che maggiormente ha contribuito a riaccendere l’interesse per questa tematica è quanto avvenuto il mese scorso in una base statunitense situata in Italia. Il 31 marzo scorso il Corriere della Sera rivela che il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, aveva negato agli Stati Uniti l’utilizzo della base aeronavale di Sigonella (situata nei pressi di Catania) come scalo per aerei militari diretti verso il Medio Oriente. Il 27 marzo 2026 – secondo la ricostruzione del quotidiano – alcuni bombardieri statunitensi erano già decollati e in rotta verso l’obiettivo quando il piano di missione viene trasmesso all’Aeronautica Militare italiana, a operazione ormai avviata. Dopo essere stato informato dal Capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, il ministro decide di bloccare il transito dei veicoli militari.  La motivazione ufficiale, confermata da Palazzo Chigi, è duplice: le autorizzazioni non erano state richieste con i tempi previsti e, soprattutto, quei voli non rientravano nella categoria degli usi ordinari – logistici o di rifornimento – contemplati dai trattati bilaterali, ma avevano natura operativa di combattimento, richiedendo quindi una valutazione politica separata.

L’episodio si inserisce nel contesto della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran cominciata il 28 febbraio 2026, quando i due Paesi alleati decidono di scatenare una vasta offensiva congiunta contro obiettivi militari, infrastrutture nucleari per destabilizzare la leadership del regime di Teheran. Il conflitto segue mesi di tensioni e offensive vere e proprie da parte dei due Paesi alleati: il 22 giugno 2025, durante la guerra Iran-Israele (nota anche come “guerra dei dodici giorni”), gli Stati Uniti lanciano l’operazione Midnight Hammer, colpendo tre siti nucleari iraniani (Fordow, Natanz e Isfahan) con bombardieri B-2 partiti dalla base di Whiteman nel Missouri. 

È in questo quadro che si comprende la portata del diniego italiano all’utilizzo della base di  Sigonella. L’Italia non partecipa al conflitto e, come ha ribadito Crosetto nel corso dell’informativa alla Camera dei Deputati del 7 aprile 2026, il governo avrebbe rispettato la linea già condivisa con il Parlamento: esaminare caso per caso le richieste americane, distinguendo tra usi consentiti – previsti dagli accordi – e usi operativi che richiedono un’autorizzazione specifica. 

I precedenti più celebri: la strage del Cermis e la crisi di Sigonella

La vicenda del marzo 2026 non è un unicum nella storia della presenza militare americana in Italia. Sono due gli episodi che, per ragioni diverse, hanno profondamente segnato il dibattito pubblico e istituzionale sul tema. Il 3 febbraio 1998, un aereo militare americano decollato dalla base di Aviano (Friuli-Venezia Giulia) trancia i cavi della funivia del Cermis in Val di Fiemme, facendo precipitare la cabina e uccidendo tutte le venti persone a bordo. Nel momento in cui urta la funivia, l’aereo vola a una velocità e quota vietate per quella tipologia di operazioni. La giustizia italiana viene esclusa dal caso: in base alla Convenzione di Londra del 1951, la giurisdizione spetta ai tribunali militari americani, che assolvono i due piloti dalle accuse di omicidio, condannandoli solo per aver distrutto le prove video. I familiari delle vittime non saranno mai risarciti. Unico effetto della tragedia: la decisione dell’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema, nel 1999, di rendere pubblico il Memorandum d’intesa Italia-USA del 1995, fino ad allora segreto. 

L’altra vicenda emblematica è la cosiddetta “Crisi di Sigonella” dell’11 e il 12 ottobre 1985. Gli Stati Uniti intercettano e costringono ad atterrare a Sigonella l’aereo egiziano con a bordo quattro terroristi palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera italiana Achille Lauro nel Mediterraneo, uccidendo  un turista americano disabile, Leon Klinghoffer. Il velivolo li avrebbe dovuti condurre in Tunisia, dove si sarebbero rifugiati grazie a un salvacondotto accordato dal governo italiano, in cambio della liberazione dei passeggeri. Sul piazzale della base siciliana si consuma uno scontro senza precedenti tra alleati: le forze speciali della Delta Force, intenzionate ad assicurare i terroristi alla giustizia americana, circondano il velivolo, a loro volta i carabinieri circondano gli americani perché intendono far valere la sovranità italiana. Dopo ore di trattative e tensioni drammatiche, l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi rifiuta l’estradizione richiesta dal presidente USA Ronald Reagan, rivendicando la giurisdizione sui reati commessi su una nave battente bandiera italiana. 

Le basi americane in Italia

Occorre innanzitutto chiarire che, in Italia, le strutture militari della NATO convivono con quelle istituite in base ad accordi bilaterali con gli Stati Uniti:  distinguere con precisione le rispettive attività prevalenti risulta quindi complesso. Secondo quanto ricostruito recentemente, in Italia oggi esisterebbero 7 basi militari (fino a qualche anno fa erano 8, in seguito allo smantellamento nel 2008 di quella situata in Sardegna presso l’isola della Maddalena): la base aeronavale di Sigonella, in Sicilia, scalo strategico nel Mediterraneo centrale; la base aerea di Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, sede del 31° Fighter Wing dell’US Air Force con i suoi cacciabombardieri F-16 Falcon; la base di Ghedi, in Lombardia, che ospiterebbe testate nucleari nell’ambito della condivisione nucleare NATO, presenza mai confermata ufficialmente né da Roma né da Washington; Camp Darby, tra Livorno e Pisa, il più grande deposito di armi e munizioni americano in Europa, collegato al porto tramite un canale dedicato; Camp Ederle a Vicenza, sede della 173ª Brigata aviotrasportata dell’esercito statunitense; i porti di Napoli e Gaeta, base della Sesta Flotta americana; e il sistema MUOS di Niscemi, in Sicilia, un’antenna per le comunicazioni satellitari militari che monitora anche la situazione in Medio Oriente.  Tuttavia oltre a queste basi, si stima che esista una rete di circa un centinaio di strutture minori disseminate lungo la penisola. In totale, i dati  più aggiornati parlano di circa 13.000 militari americani nelle basi terrestri, ai quali si aggiungono altri 21.000 appartenenti alla Sesta Flotta americana, composta da circa 40 navi e 175 velivoli da combattimento e da trasporto. 

Va sottolineato che le basi sono concesse agli Stati Uniti in uso, non in proprietà: il territorio su cui sorgono rimane italiano a tutti gli effetti giuridici. Come chiarito nel dossier del Servizio Studi del Senato, le basi non godono di alcuna extraterritorialità – non sono equiparabili a sedi diplomatiche – e la loro istituzione non comporta cessione di sovranità. I poteri di polizia all’interno delle basi spettano formalmente ad un comandante italiano, sebbene il controllo sostanziale sulle operazioni militari – personale, equipaggiamento, tipo di attività – ricada nelle mani del comandante americano.

L’articolo 11 della Costituzione e il Trattato NATO 

Il fondamento costituzionale della presenza militare americana in Italia è nell’articolo 11 della Costituzione, che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizione di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. 

Sulla compatibilità tra l’adesione alla NATO e la Carta si è pronunciata la Corte di Cassazione con la sentenza n. 1920/1984,  che ha riconosciuto l’Alleanza atlantica come organizzazione difensiva, quindi compatibile con il divieto di guerra aggressiva sancito dal dettato costituzionale.  Le basi americane rientrano in questo schema: esse costituiscono, secondo la dottrina prevalente, una “bilateralizzazione” dell’articolo 3 del Trattato NATO, che impegna gli alleati a prestarsi mutua assistenza per sviluppare la capacità di difesa individuale e collettiva.  Tuttavia, come rileva Natalino Ronzitti – professore emerito di Diritto internazionale presso l’università Luiss (Roma) – la compatibilità deve essere valutata non solo in relazione al Trattato del 1949, ma anche sulla base degli sviluppi successivi, in particolare tenendo conto del Documento di Washington del 1999 e della nuova dottrina strategica. Quest’ultimo pur non essendo un trattato in senso formale, ma un semplice strumento di soft law non giuridicamente vincolante, amplia i poteri della Nato e codifica le missioni “fuori area”.  Le “operazioni non-Articolo 5” – ovvero quelle non di legittima difesa collettiva a favore di uno Stato membro – che possono essere intraprese comprendono: il peacekeeping, le altre operazioni sotto l’autorità del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o sotto la responsabilità dell’Osce, le peace support operations, gli interventi umanitari e gli interventi a favore di uno stato non membro della Nato che sia stato oggetto di attacco armato. Le operazioni estranee all’articolo 5 del Trattato NATO sono soggette alle decisioni degli Stati membri secondo le rispettive disposizioni costituzionali: un Paese non è quindi obbligato a concedere l’uso di una base se la missione non rientra negli obblighi del Trattato. Ne deriva il principio, ribadito dal ministro Crosetto nella sua informativa alla Camera, che le basi americane non possono essere utilizzate per scopi estranei all’Alleanza, in particolare per operazioni di guerra bilaterali non decise dal Consiglio Atlantico e alle quali l’Italia non partecipi. 

Una seconda questione inerente la normativa costituzionale riguarda il controllo parlamentare. La Costituzione prevede due procedure per la stipulazione degli accordi internazionali: la procedura solenne, prevista dagli articoli 80 e 87 della Costituzione, richiede l’autorizzazione parlamentare alla ratifica mediante legge ad hoc, ed è obbligatoria per i trattati di natura politica o con oneri per le finanze; la procedura semplificata – che non è disciplinata esplicitamente dalla Costituzione ma che si è affermata per prassi – comporta invece che l’accordo entri immediatamente in vigore non appena sottoscritto dai rappresentanti dell’esecutivo. Gli accordi in forma semplificata dovrebbero avere un contenuto eminentemente tecnico. Tuttavia, nonostante la legge n. 839/1984 (articolo 1) imponga la pubblicazione di tutti gli accordi – compresi quelli in forma semplificata – sulla Gazzetta Ufficiale, per  quanto riguarda le basi militari questa procedura è stata spesso disattesa e alcuni accordi non sono stati resi pubblici o lo sono stati tardivamente. 

Gli accordi che regolano l’uso delle basi 

Le fonti normative che disciplinano l’attività delle basi militari NATO e USA in Italia si articolano su due piani: uno multilaterale e uno bilaterale.

Sul piano degli accordi internazionali, oltre al già menzionato Trattato Nord Atlantico firmato a Washington nel 1949 e ratificato con la legge 465/1949,  il riferimento fondamentale è il trattato NATO SOFA (Status of Forces Agreement), ovvero la Convenzione di Londra del 19 giugno 1951, ratificata dall’Italia con la legge n. 1335/1955. Disciplina lo status giuridico delle forze armate degli Stati dell’Alleanza che si trovano nel territorio di un altro Stato membro, incluse le questioni di giurisdizione penale.   

Sul piano bilaterale, il primo accordo è l‘Air Technical Agreement del 30 giugno 1954, che definisce i limiti delle attività operative, addestrative, logistiche e di supporto che i velivoli americani possono svolgere sul territorio italiano. Il secondo – e più importante – è il Bilateral Infrastructure Agreement (BIA) del 20 ottobre 1954, noto come “Accordo Ombrello“, stipulato in forma semplificata dall’allora ministro degli Esteri Giuseppe Pella e dall’ambasciatrice statunitense Clare Boothe Luce. Il BIA regola le modalità per l’utilizzo delle basi concesse in uso alle forze USA e stabilisce, tra l’altro, il tetto massimo delle forze americane che possono stazionare in Italia.  

Il terzo accordo di riferimento è il Memorandum d’intesa Italia-USA del 2 febbraio 1995, il cosiddetto Shell Agreement,  relativo alle installazioni e infrastrutture concesse in uso alle forze statunitensi in Italia.  L’accordo è attuativo del BIA del 1954 e prevede la stipulazione di Technical Agreements specifici per ciascuna base, inclusa Sigonella (per cui fu siglato un accordo nel 2006). Lo Shell Agreement fu reso pubblico nel 1999 dall’allora presidente del Consiglio D’Alema, in seguito alla tragedia del Cermis, superando per la prima volta la riservatezza fino ad allora mantenuta. Non si hanno notizie di accordi successivi a quello del 1995.

Tuttavia, il problema della segretezza degli accordi bilaterali sull’utilizzo delle basi americane rimane centrale e irrisolto. Il BIA del 1954 continua infatti ad avere un elevata classificazione di segretezza e non può essere declassificato unilateralmente dall’Italia, poiché il regime di riservatezza è stato stabilito di comune accordo dai due governi.  Una conseguenza pratica di questo sistema è che il comando sostanziale delle operazioni svolte all’interno delle basi ricade nelle mani del comandante americano: i comandanti italiani presenti nelle basi si limitano a decidere sul numero e gli orari dei voli e sull’assistenza al traffico aereo. Il controllo su personale, equipaggiamento e tipo di attività spetta al comando statunitense. Questa asimmetria è al cuore del dibattito politico e giuridico che il caso Sigonella del marzo 2026 ha riportato in primo piano.

Letture

Le basi americane in Italia – problemi aperti (a cura di) Natalino Ronzitti  –  Servizio studi del Senato della Repubblica 

Le Basi militari della NATO e di paesi esteri in ItaliaNatalino Ronzitti 

Il regime giuridico delle basi NATO e USA in Italia tra prassi segrete e vincoli costituzionali – Giuseppe de Vergottini

Il regime giuridico delle basi Nato (e Usa) in Italia – Federico Furlan

Chi decide se gli Stati Uniti possono usare le basi in Italia per fare la guerra – Pagella politica 

Sigonella: La sfida (2024) – documentario 

Sigonella, 7-17 ottobre 1985 – podcast de Il Post



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