Il dibattito sull’ora legale permanente è tornato d’attualità anche in Italia, dopo alcuni anni in cui il tema sembrava essere stato accantonato. A rilanciarlo è stata l’apertura di un’indagine conoscitiva nella commissione Attività produttive della Camera che ha lo scopo di valutare gli effetti di un’eventuale introduzione dell’ora legale permanente. La discussione si inserisce in un contesto europeo ancora irrisolto: nonostante il Parlamento europeo si fosse già espresso a favore dell’abolizione del cambio d’ora, la riforma non è mai entrata in vigore per l’assenza di un accordo tra gli Stati membri.
Ora legale tutto l’anno: la Camera apre l’indagine conoscitiva
Nel nostro Paese l’impulso formale a riaprire la questione in Parlamento è partito dal deputato Andrea Barabotti (Lega) che il 17 dicembre dello scorso anno ha presentato alla Camera la richiesta ufficiale di indagine conoscitiva. La spinta è arrivata anche dai cittadini che, attraverso la petizione online che ha raccolto oltre 350mila firme lanciata dalla Società italiana di medicina ambientale (Sima) e dall’Associazione consumerismo no profit (Aps)i, chiedono di adottare l’ora legale tutto l’anno.
L’avvio ufficiale dell’indagine è arrivato lo scorso 11 marzo, quando la commissione Attività produttive ha adottato la deliberazione stabilendo il programma dei lavori. Quattro gli obiettivi principali: il confronto tra il modello del cambio stagionale e quello dell’ora legale permanente, con valutazione degli effetti socio-economici e delle ricadute sul tessuto produttivo in termini di risparmio energetico e produttività; l’analisi dei dati e della documentazione raccolta tramite le audizioni; l’ipotesi di una fase sperimentale di proroga dell’ora legale; la valutazione degli atti necessari per l’applicazione di uno standard orario unico. Per raccogliere il contributo di esperti del settore provenienti dal mondo accademico e da istituti di ricerca, associazioni di categoria datoriali e organizzazioni sindacali, e associazioni dei consumatori, dall’8 aprile scorso è stato avviato un ciclo di audizioni. Sono intervenuti, tra gli altri, il professori Luigi De Gennaro (Sapienza di Roma), Giovanni Esposito dell’Università Federico II di Napoli, Giuseppe Plazzi dell’IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna, Alessandro Miani, presidente della Società italiana di medicina ambientale (SIMA), rappresentanti di Confagricoltura, Confesercenti, Confcommercio, Federalberghi, CONFAPI, delle organizzazioni sindacali CGIL, CISL, UIL e UGL, delle associazioni dei consumatori Consumerismo No Profit, Unione Nazionale Consumatori e Codacons. L’indagine si sarebbe dovuta concludere lo scorso 30 giugno con l’approvazione del documento conclusivo, al momento non risultano calendarizzate altre audizioni.
I numeri e le ragioni dietro la richiesta di indagine
A motivare l’iniziativa, ad avviso del deputato della Lega promotore dell’indagine, non ci sarebbero solo ragioni di bolletta, ma anche una lettura più ampia: in un contesto internazionale segnato da instabilità economica ed energetica, la scelta di un orario stabile viene presentata come una misura strategica capace di incidere sia sui consumi delle famiglie sia sulla competitività del sistema produttivo.
A dare peso tecnico alla richiesta sono i numeri elaborati da Terna S.p.A. (società che gestisce la rete di trasmissione di energia nazionale) sul lungo periodo: tra il 2004 e il 2025 l’ora legale avrebbe consentito all’Italia un risparmio complessivo di oltre 12 miliardi di kWh, equivalenti a circa 2,3 miliardi di euro, un dato che i promotori dell’indagine (Barabotti e le associazioni di consumatori) citano come prova della sostenibilità economica della misura anche a fronte dei consumi in progressiva riduzione registrati negli ultimi anni. A questo si affianca la lettura ambientale fornita dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), secondo cui l’ora legale comporterebbe una riduzione stimata tra le 160mila e le 200mila tonnellate di CO2 immesse in atmosfera ogni anno, un valore che l’associazione paragona all’assorbimento di alcuni milioni di nuovi alberi piantati.
Sul fronte sanitario, gli stessi promotori hanno introdotto un’immagine efficace per descrivere gli effetti del doppio cambio stagionale, parlando di un vero e proprio “mini-jet lag sociale” che ogni anno interferisce su sonno, attenzione, performance cognitive e capacità di adattamento psicofisico dell’organismo, con ricadute che secondo SIMA meriterebbero di essere valutate al pari degli effetti economici. Sono proprio questi tre piani – economico, ambientale e sanitario – ad aver attraversato il ciclo di audizioni svoltosi davanti alla commissione.
Le diverse posizioni in Italia: uno sguardo al dibattito emerso nelle audizioni della Camera
Nel corso delle audizioni alla Camera sono emerse posizioni frammentate. Tra i favorevoli, le associazioni del commercio e del turismo hanno insistito sui benefici per i propri settori: più ore di luce favorirebbero gli acquisti dopo l’orario lavorativo, ridurrebbero la stagionalità turistica e migliorerebbero la percezione di sicurezza negli spazi urbani. Posizioni analoghe quelle delle associazioni di categoria che rappresentano utility manager e piccole e micro imprese, che hanno sottolineato il vantaggio operativo che comporterebbe un’ora di luce in più la sera rispetto al mattino, la stabilità gestionale che potrebbe derivare dal superamento del cambio semestrale e un possibile risparmio energetico legato alla riduzione della produzione da fonti fossili. Anche le associazioni dei consumatori si sono espresse positivamente, definendo la misura un’opportunità di modernizzazione sociale che potrebbe portare benefici in termini di sicurezza e vivibilità urbana, pur riconoscendo criticità specifiche per alcune aree del Nord Italia. Il mondo accademico e della ricerca ha inoltre quantificato in termini economici il possibile risparmio energetico, aggiungendo benefici su attenzione, efficienza lavorativa e sicurezza stradale, e proponendo misure di mitigazione come lo slittamento dell’orario scolastico invernale e forme di flessibilità lavorativa.
Sul fronte dei contrari, il mondo scientifico e medico ha evidenziato il possibile rischio di aggravare la depressione stagionale e i disturbi del sonno, gli effetti negativi sul rendimento scolastico legati al disallineamento tra ritmi biologici e orari sociali, richiamando anche precedenti storici internazionali in cui l’ora legale permanente era stata poi abbandonata proprio per questi effetti. Le organizzazioni sindacali hanno evidenziato benefici energetici ormai ritenuti marginali e rischi concreti per i settori che lavorano all’aperto, come agricoltura, edilizia, trasporti e allevamento. I sindacati hanno quindi chiesto che ogni cambiamento passi dal coordinamento europeo, da una maggiore flessibilità degli orari e dal coinvolgimento della contrattazione collettiva, con posizioni in parte anche di sostanziale conservazione dell’attuale sistema alternato. Le associazioni agricole hanno ribadito le difficoltà operative per raccolta, produzione e allevamento, oltre ai rischi per la salute dei lavoratori esposti a condizioni climatiche più gravose nelle ore più calde. Infine, dal mondo degli economisti dell’energia è arrivato un elemento di discontinuità rispetto alle posizioni precedenti: la giustificazione energetica dell’ora legale non reggerebbe una verifica empirica, spostando così la discussione dai risparmi energetici a criteri legati a salute e produttività. Il caso italiano, tuttavia, non è isolato: la questione dell’ora legale permanente è da anni al centro di un confronto irrisolto anche a livello europeo.
Il dibattito europeo: dalla proposta della Commissione UE allo stallo tra gli Stati membri
La questione ha origine a livello europeo: nel 2018 la Commissione europea presentò una proposta per eliminare il passaggio semestrale tra ora solare e ora legale. L’iniziativa arrivò dopo una consultazione pubblica alla quale parteciparono circa 4,6 milioni di cittadini: l’84% si dichiarò favorevole all’abolizione del cambio d’ora e oltre tre quarti giudicarono negativamente lo spostamento delle lancette due volte all’anno, ritenendolo dannoso per il benessere psicofisico e poco efficace dal punto di vista del risparmio energetico.
Nel marzo 2019 il Parlamento europeo approvò la proposta, stabilendo che ogni Stato membro avrebbe potuto scegliere se adottare in modo permanente l’ora legale oppure quella solare. Tuttavia, affinché la riforma entrasse in vigore, era necessario anche il via libera del Consiglio dell’Unione europea, dove è necessario il consenso della maggioranza degli Stati membri. Proprio in questa fase l’iter si è bloccato, con i governi nazionali che hanno espresso posizioni differenti:
- favorevoli a eliminare il cambio dell’ora, ma con preferenza per l’ora legale permanente;
- favorevoli all’abolizione, ma orientati verso l’ora solare permanente;
- contrari a cambiare il sistema o favorevoli a rinviare la decisione per timore delle ripercussioni economiche di una scelta non coordinata.
Le divergenze si riflettono in caratteristiche geografiche, climatiche ed economiche molto diverse. A nord, Paesi come Svezia, Finlandia e Danimarca sono da tempo favorevoli a cancellare il doppio spostamento, ma pretendono che venga mantenuta l’ora solare, poiché adottare l’ora legale tutto l’anno significherebbe avere albe dopo le 10 del mattino per lunghi mesi: una prospettiva considerata impraticabile per la vita quotidiana e la produttività. A sud, invece, le esigenze si rovesciano: Spagna, Italia, Portogallo e in parte la Grecia, vedono nell’ora legale permanente un vantaggio: più luce serale e minore consumo elettrico nelle ore di punta e maggiore attrattività turistica.
A Est, la Polonia sostiene l’idea di una decisione europea “flessibile” che lasci a ogni Stato la scelta del proprio orario permanente. Una soluzione che i paesi dell’Europa continentale – Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Austria – temono. La principale preoccupazione riguarderebbe il rischio di compromettere l’uniformità del mercato unico europeo: una scelta non coordinata potrebbe creare difficoltà nell’organizzazione dei trasporti ferroviari e aerei, nelle reti energetiche, nelle telecomunicazioni e nei mercati finanziari, tutti settori che richiedono una perfetta sincronizzazione degli orari. L’attuale sistema, infatti, è disciplinato da una direttiva europea del 2000 che impone a tutti gli Stati membri di effettuare il cambio d’ora nelle stesse date, proprio per garantire il corretto funzionamento del mercato interno. Fino a quando questa normativa resterà in vigore, eventuali modifiche potranno essere adottate soltanto attraverso una decisione comune.
L’emergenza sanitaria causata dal Covid-19 e, successivamente, la crisi energetica, hanno contribuito a rallentare ulteriormente il confronto politico. Nell’ultimo anno, tuttavia, il tema è riemerso grazie alla proposta avanzata dalla Spagna di superare definitivamente il cambio d’ora a partire dal 2026. La motivazione, tra le altre, riguarda il risparmio energetico, oggi considerato più limitato rispetto al passato, che secondo i dati di Terna S.p.A., tra marzo e ottobre 2025 sarebbe stato di circa 310 milioni di kWh, minore ai 340 milioni di kWh del 2024, e ai 370 milioni kWh del 2023. Un’altro aspetto riguarda la crescente attenzione verso gli effetti del cambio d’orario sul ritmo sonno-veglia e sulla salute, che potrebbero comportare una cronica desincronizzazione tra l’orologio biologico e il ciclo naturale luce-buio, soprattutto durante i mesi invernali, quando il sole sorgerebbe più tardi.
Secondo la direttiva UE ancora in vigore, gli Stati membri sono liberi di decidere quale fuso orario adottare. Attualmente nell’UE esistono tre fusi standard:
- ora dell’Europa occidentale (UTC+0 solare, UTC+1legale): Irlanda e Portogallo (e Regno Unito, uscito dall’UE e quindi non più menzionato);
- ora dell’Europa centrale (UTC+1 solare, UTC+2 legale): 17 Stati membri in quest’area geografica, compresa l’Italia;
- orario dell’Europa orientale (UTC+2 solare, UTC+3 legale): Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Grecia, Lettonia, Lituania e Romania
Per comprendere le ragioni di uno stallo così duraturo, può essere utile ripercorrere brevemente la storia di questa misura, adottata, abbandonata e reintrodotta più volte nel corso dell’ultimo secolo.
La storia del cambio d’ora
Il primo a ipotizzarla fu Benjamin Franklin: già nel XVIII secolo il futuro padre fondatore degli Stati Uniti suggerì di sfruttare maggiormente la luce naturale per ridurre il consumo di candele. La proposta assunse però una forma concreta solo all’inizio del Novecento grazie all’imprenditore britannico William Willett, che promosse l’introduzione dell’ora legale per utilizzare meglio le ore di luce durante la bella stagione.
L’applicazione su larga scala avvenne durante la Prima guerra mondiale: la Germania fu il primo Paese ad adottarla nel 1916, seguita da numerosi altri Stati europei, con l’obiettivo di limitare i consumi di carbone destinati alla produzione di energia. Anche l’Italia adottò l’ora legale in quella circostanza, ma venne abolita e ripristinata più volte col passare degli anni. Fu il fascismo della Repubblica Sociale Italiana a reintrodurla, sempre per necessità belliche, nel 1944, generando però un disallineamento rispetto al resto della penisola, che non rientrava sotto lo Stato di Salò. Nel 1966 l’utilizzo dell’ora legale in Italia divenne effettivo, come per tutti i Paesi dell’Unione Europea, più la Svizzera e i Paesi dell’est Europa. Fino all’ottobre 2011 anche la Russia utilizzava il cambio, per poi sperimentare l’ora legale permanente per circa tre anni, risultata impopolare fra i cittadini russi, nonostante l’intento del provvedimento fosse il risparmio energetico. Molti, infatti, erano scontenti di doversi alzare al mattino quando fuori era ancora buio, denunciando alterazioni dei ritmi biologici, soprattutto nei bambini che dovevano andare a scuola. Si è arrivati così al 26 ottobre 2014, quandro entrò in vigore la riforma voluta da Vladimir Putin che riportò la Russia all’ora solare, da adottare in maniera permanente.
Ma l’ora legale è ancora oggi una soluzione efficace? La risposta non è univoca. Le condizioni del mondo contemporaneo sono profondamente cambiate rispetto all’epoca in cui Franklin ne ipotizzò i principi. Se da un lato lo spostamento delle lancette consente ancora una riduzione dei consumi legati all’illuminazione serale, dall’altro il progressivo aumento dell’efficienza delle lampadine e la diffusione di dispositivi elettronici, hanno modificato radicalmente il modo in cui utilizziamo l’energia, poiché continuano a funzionare indipendentemente dalla disponibilità di luce naturale.
Conclusioni
Il quadro che emerge dalle audizioni della Camera riflette, in scala nazionale, lo stesso stallo che da anni blocca la riforma a livello europeo: benefici energetici sempre più marginali, effetti sanitari ancora dibattuti e interessi settoriali contrapposti rendono difficile individuare una soluzione univoca. In assenza di un coordinamento a livello comunitario – reso ancora più complesso dalle esigenze contrastanti tra Nord e Sud Europa – è probabile che il dossier italiano resti, almeno nel breve periodo, un terreno di confronto politico e tecnico più che una prospettiva di riforma imminente.
Consigli di lettura e di visione
- “L’ora legale” (2017) di Ficarra e Picone.
- Libro “Il tempo siamo noi” di Marc Wittmann. Un saggio che indaga il nostro rapporto con il tempo e come cambia in base alle vicende e alle situazioni della vita;
- Libro “Il tempo. La sostanza di cui è fatta la vita” di Stefan Klein.


