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Esplora – La nuova strategia italiana sul mare 

8 Maggio 2026

scritto da Redazione

Rafforzare la governance e il coordinamento delle politiche pubbliche del mare, valorizzare la dimensione subacquea in chiave turistica, istituire le “zone contigue”, sostenere lo sviluppo della nautica da diporto, semplificare e digitalizzare i documenti di bordo e segnare il debutto della cassa integrazione per i lavoratori della pesca, dopo un’attesa durata anni. Sono questi i principali obiettivi della legge (ancora non pubblicata sulla Gazzetta ufficiale) per la valorizzazione della risorsa mare approvata definitivamente dalla Camera in seconda lettura lo scorso 29 aprile con 149 voti a favore, 32 contro e 63 astenuti. Il relativo disegno di legge era stato promosso dal ministro per la Protezione civile Nello Musumeci dopo un doppio passaggio in Consiglio dei ministri (a novembre 2024 e poi ad agosto 2025). 

La nascita della “zona contigua”

La legge autorizza l’istituzione, con decreto del Presidente della Repubblica, della cosiddetta “zona contigua”, un’area di mare che si estende oltre il limite delle acque territoriali italiane, tra le 12 e le 24 miglia marine dalla linea di base.

In questa fascia, pur non trattandosi di territorio sovrano, l’Italia può esercitare specifici poteri di controllo previsti dal diritto internazionale: le autorità italiane possono intervenire per prevenire e reprimere violazioni in materia doganale, fiscale, sanitaria e di immigrazione quando queste riguardino il territorio nazionale, le acque interne o il mare territoriale. Tra le finalità rientra anche la tutela del patrimonio culturale subacqueo, nei limiti stabiliti dalle norme internazionali.

Si tratta, quindi, di uno strumento che rafforza la capacità dello Stato di contrastare attività illecite in mare anticipando l’intervento rispetto ai confini delle acque territoriali. Allo stesso tempo, la normativa chiarisce che l’istituzione della zona contigua non limita i diritti degli altri Stati: restano infatti garantite le libertà di navigazione e di sorvolo, così come la possibilità di posare cavi e condotte sottomarine, in linea con quanto previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Le aree individuate dovranno essere notificate agli Stati confinanti o frontalieri, secondo le regole del diritto internazionale.

La disciplina del turismo subacqueo

L’obiettivo della legge è mettere ordine in un quadro normativo finora frammentato, introducendo regole omogenee su tutto il territorio nazionale e favorendo la valorizzazione del patrimonio sommerso italiano. Per questo il testo punta anche a promuovere itinerari subacquei e forme di collaborazione internazionale, come gemellaggi con altri Paesi. 

Il testo di Musumeci attribuisce al ministero del Turismo, di concerto con le altre amministrazioni competenti e con la Conferenza Stato-Regioni, il compito di individuare le “zone di interesse turistico-subacqueo”. Una selezione che dovrà tenere conto di diversi fattori: sicurezza, valore paesaggistico, rilevanza faunistica, archeologica e culturale. Alle Regioni spetta invece la disciplina delle professioni coinvolte nel settore.

Un ampio spazio è dedicato alla definizione dei requisiti e dei principi fondamentali per l’attività dei centri di immersione e di addestramento subacqueo che operano a fini ricreativi. Restano escluse le attività agonistiche, quelle di protezione civile e le immersioni scientifiche o professionali svolte da enti di ricerca, università e altre istituzioni.

La normativa introduce poi una distinzione chiara tra le diverse figure del settore – istruttori, guide, organizzazioni didattiche e centri di immersione – stabilendo per ciascuna requisiti specifici. A questi operatori è affidato non solo il compito di garantire la sicurezza degli utenti, ma anche quello di promuovere la consapevolezza sulla fragilità degli ecosistemi marini e sulla loro conservazione. Per istruttori e guide è previsto l’obbligo di possedere brevetti riconosciuti e di operare con una copertura assicurativa individuale, viene inoltre fissato un limite massimo di sei subacquei per ogni operatore. Inoltre i centri di immersione devono avere un registro delle immersioni, da conservare per almeno sei mesi.

Il sistema sanzionatorio è articolato. L’esercizio abusivo dell’attività di istruttore o guida, così come la gestione di centri privi dei requisiti richiesti, comporta sanzioni da 5mila a 12mila euro. La mancata compilazione del registro comporta una multa da mille a 3mila euro, mentre la reiterazione delle violazioni può portare alla sospensione dell’attività fino a sei mesi. È prevista inoltre una sanzione da 500 a 1.500 euro nel caso di violazione dell’obbligo di prevedere a bordo, per tutta la durata dell’immersione, personale incaricato di guidare l’imbarcazione impiegata come unità d’appoggio per il trasferimento al luogo dell’immersione.

Nautica da diporto, spinta alla digitalizzazione

La legge introduce un insieme articolato di misure con un filo conduttore chiaro: semplificazione amministrativa e spinta alla digitalizzazione del settore. Tra le novità principali: le imprese di locazione e noleggio sono tenute a registrare le unità impiegate a fini commerciali nell’Archivio telematico centrale. Parallelamente, vengono apportate diverse modifiche al Codice della nautica da diporto, con l’obiettivo di rendere più snelle alcune procedure chiave: dalla pubblicità degli atti al rinnovo della licenza di navigazione, fino alle autorizzazioni per la navigazione temporanea e alla conversione delle patenti nautiche estere o di titoli equipollenti.

Un intervento mirato riguarda le unità da diporto fino a 24 metri battenti bandiera estera, ma di proprietà di cittadini italiani o di soggetti giuridici con sede in Italia. Con l’introduzione di un articolo specifico (il 26-ter), viene stabilito che, se queste imbarcazioni navigano o sostano nelle acque italiane – interne, territoriali o nella zona di protezione ecologica – devono dimostrare la propria idoneità alla navigazione attraverso le certificazioni previste dallo Stato di bandiera, in assenza delle quali è prevista una verifica presso un organismo tecnico notificato, che rilascia un attestato quinquennale. L’obiettivo è quello di contrastare il fenomeno della cosiddetta “fuga verso bandiere estere”, spesso scelte per aggirare standard tecnici e controlli più rigorosi.

Il testo interviene anche sul Codice della navigazione, ridefinendo i requisiti per l’iscrizione nelle matricole della gente di mare. Potranno iscriversi soggetti che abbiano compiuto almeno 16 anni, cittadini italiani, dell’Unione europea, dello Spazio economico europeo o svizzeri, cittadini di altri Paesi purché residenti in Italia. Vengono inoltre precisati i casi che comportano la cancellazione. 

Una ulteriore novità riguarda la digitalizzazione della documentazione di bordo. Viene meno l’obbligo del rendiconto cartaceo per carte e registri, aprendo alla formazione e conservazione in formato digitale di numerosi documenti: dal giornale nautico al giornale di macchina, dal ruolo di equipaggio al registro dell’orario di lavoro e degli infortuni, fino ai registri radiotelegrafici, di carico e scarico (medicinali, zavorra, incrostazioni biologiche) e a quelli previsti dal sistema globale di soccorso e sicurezza in mare. Anche alcune procedure di pagamento vengono trasferite su piattaforme digitali.

La cassa integrazione per i marittimi della pesca

Il provvedimento interviene anche a favore del comparto della pesca marittima. Oltre a introdurre misure destinate a incentivare il personale scolastico e sanitario in servizio nelle Isole minori – demandando a un successivo decreto del ministro dell’Istruzione, di concerto con quello per gli Affari regionali e quello per la Protezione civile, la definizione di specifici punteggi aggiuntivi – e a rafforzare i servizi di approvvigionamento idrico nelle isole siciliane, il testo punta a dare piena attuazione all’estensione della Cisoa (Cassa integrazione salariale operai agricoli) ai lavoratori marittimi del settore della pesca

Contesto internazionale

In Europa, solo alcuni Stati hanno scelto di dotarsi di una vera e propria istituzione centrale dedicata al coordinamento delle politiche pubbliche del mare, superando la tradizionale frammentazione delle competenze tra trasporti, ambiente, pesca, difesa, energia e sviluppo economico. I modelli più significativi sono quelli di Francia, Portogallo, Croazia e Grecia, che hanno costruito assetti istituzionali differenti ma accomunati dall’obiettivo di assicurare una governance integrata dello spazio marittimo e dell’economia del mare.

La Francia rappresenta il modello europeo più consolidato e strutturato, dal 1995 opera il Secrétariat général de la mer (SGMer), organismo collocato presso il Primo ministro con funzioni di coordinamento interministeriale delle politiche marittime. Il SGMer costituisce una vera cabina di regia governativa, incaricata di raccordare le competenze relative alla sicurezza marittima, alla pianificazione dello spazio marittimo, alla protezione ambientale, ai trasporti, alla pesca, all’energia offshore e alla gestione delle crisi in mare. 

Il Portogallo costituisce uno dei principali esempi europei di ocean governance, avendo attribuito al mare un ruolo strategico nella propria politica economica e internazionale, anche in ragione della vastissima zona economica esclusiva. Dal 2015 è stato istituito un vero e proprio ministero del Mare (Ministério do Mar), responsabile del coordinamento delle politiche relative all’economia blu, alla ricerca marina, alla pianificazione dello spazio marittimo, alla pesca, alle biotecnologie marine e all’energia offshore.

Anche la Croazia ha sviluppato una struttura ministeriale dedicata, attraverso il ministero del Mare, dei Trasporti e delle Infrastrutture. In questo caso, il mare è integrato all’interno di un dicastero che riunisce le principali competenze relative alla navigazione, ai porti, alla sicurezza marittima, alle infrastrutture costiere e alla gestione della nautica. Il modello croato riflette le esigenze tipiche degli Stati adriatici, caratterizzati da una forte dipendenza economica dalle attività marittime e dal turismo costiero. 

La Grecia dispone infine di uno dei ministeri marittimi più tradizionali d’Europa: il ministero della Navigazione e della Politica insulare. La centralità dello shipping nell’economia greca ha storicamente favorito la creazione di un’amministrazione dedicata alle questioni marittime, competente in materia di marina mercantile, guardia costiera, porti, sicurezza della navigazione e politiche per le isole. Il modello greco presenta una forte connessione tra governance marittima e sicurezza nazionale, anche in considerazione della posizione geopolitica del Paese nel Mediterraneo orientale. La presenza di numerose isole e la rilevanza strategica delle rotte marittime fanno sì che la politica del mare assuma una funzione non soltanto economica, ma anche territoriale e geopolitica.

Le critiche

Numerosi rilievi critici sono stati rivolti al testo sul piano della sostenibilità ambientale. Il WWF Italia ha evidenziato l’assenza di una strategia organica di tutela del mare, nonostante il crescente impatto dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento e dello sfruttamento eccessivo delle risorse marine sul Mediterraneo. Secondo l’associazione, ogni intervento normativo in materia marittima dovrebbe assumere la protezione degli ecosistemi come elemento strutturale e non accessorio.

Il principale profilo oggetto di critica è la disciplina degli ancoraggi sulle praterie di Posidonia oceanica, habitat fondamentale per la biodiversità marina e la protezione delle coste. Tra gli altri punti critici ancora irrisolti:

  • la mancanza di mappature ufficiali, aggiornate e vincolanti degli habitat sensibili, necessarie per consentire agli operatori marittimi di individuare con certezza le aree da proteggere;
  • l’assenza di un regime sanzionatorio specifico e proporzionato, accompagnato da obblighi di ripristino ambientale coerenti con il principio europeo del “chi inquina paga”;
  • il rischio di applicazioni disomogenee sul territorio nazionale, dovuto a un coordinamento ancora insufficiente tra Stato, Regioni, enti territoriali, Capitanerie di porto e Aree marine protette;
  • la carenza di misure di incentivazione per sistemi di ancoraggio sostenibile (eco-mooring), ritenuti essenziali per conciliare la fruizione turistica del mare con la tutela degli ecosistemi più fragili.

Docufilm

  • Mission Blue – segue la biologa marina Sylvia Earle nella difesa degli oceani e delle aree marine protette. Molto centrato su conservazione e governance del mare. 
  • Seaspiracy – investigazione sull’industria della pesca e sulla sostenibilità delle filiere ittiche. Più provocatorio e “inchiesta”, ma molto discusso nel mondo blue economy.
  • Oceani del mondo – serie sui cinque oceani terrestri, con attenzione a biodiversità, cambiamento climatico e impatto umano. Narrata da Barack Obama.
  • Il mio amico in fondo al mare – Racconta l’incontro tra il filmmaker sudafricano Craig Foster e un polpo femmina in una foresta di kelp al largo del Sudafrica
  • I segreti dell’oceano con David Attenborough – documentario National Geographic sul recupero degli ecosistemi marini e sulla protezione del 30% degli oceani.

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