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Contrasto all’antisemitismo: il ddl che divide la politica

6 Marzo 2026

scritto da Redazione

L’Aula del Senato ha approvato mercoledì 4 marzo in prima lettura il disegno di legge del capogruppo della Lega Massimiliano Romeo con disposizioni per il contrasto all’antisemitismo, con 105 favorevoli, 24 contrari e 21 astenuti. Il testo è atteso ora alla Camera per il secondo passaggio parlamentare.

I contenuti del ddl

L’articolo 1 stabilisce che la Repubblica, in attuazione dell’articolo 3 della Costituzione, rifiuta ogni forma di antisemitismo e ostacola la diffusione del pregiudizio antisemita in Italia. In linea con la risoluzione del Parlamento europeo del 1° giugno 2017, viene adottata la definizione operativa di antisemitismo formulata dall’Assemblea plenaria dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA), che definisce l’antisemitismo come una determinata percezione degli Ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni, le istituzioni della comunità e i luoghi di culto ebraici.

L’articolo 2 prevede che, per contrastare qualunque atto di antisemitismo e promuovere una cultura libera da pregiudizi e stereotipi nei confronti degli Ebrei in quanto popolo, il presidente del Consiglio dei ministri adotti, entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge, un proprio decreto con misure utili a creare una banca dati sugli episodi di antisemitismo, che comprenda sia i crimini d’odio, sia gli atti di natura incidentale, con l’obiettivo di acquisire una visione complessiva del fenomeno in Italia e favorire il coordinamento delle attività di monitoraggio tra gli organismi coinvolti nella raccolta dei dati. Il decreto dovrà inoltre prevedere misure per contrastare la diffusione del linguaggio d’odio antisemita su internet, anche attraverso l’aggiornamento delle regole di accesso alle piattaforme di social media e tramite sistemi efficienti di segnalazione e rimozione dei contenuti.

Sono poi previste iniziative nel settore scolastico, tra cui l’elaborazione di linee guida per docenti e personale delle scuole di ogni ordine e grado sul contrasto all’antisemitismo e l’attuazione di un piano di formazione per insegnanti ed educatori per rafforzare la conoscenza del fenomeno, dei pregiudizi e degli stereotipi nei confronti degli Ebrei, comprese le possibili teorie complottistiche. Queste iniziative devono essere realizzate anche in collegamento con le attività previste per il Giorno della Memoria (27 gennaio). La norma prevede il rafforzamento dell’educazione interculturale e del rispetto delle diversità nell’ambito dell’educazione civica e, più in generale, nel contesto scolastico.

Il decreto dovrà anche promuovere iniziative di formazione specifica per il personale delle Forze di polizia, finalizzate alla conoscenza del fenomeno dell’antisemitismo e alla corretta individuazione della natura antisemita dei reati, nei casi in cui gli obiettivi degli atti criminosi siano individuati in quanto ebrei, ebraici o percepiti come tali.

Infine, sono previste campagne di informazione sui canali del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale per diffondere la conoscenza del fenomeno e della relativa definizione operativa, oltre che iniziative di formazione e sensibilizzazione sul tema dell’antisemitismo nell’ambito delle attività associative e sportive.

L’articolo 3 prevede che il diniego all’autorizzazione di una riunione o manifestazione pubblica per ragioni di moralità può essere motivato anche in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita.

L’approvazione e le polemiche

A dare l’ok al disegno di legge sono stati i partiti del centrodestra insieme ad Azione e Italia Viva, oltre a una parte dei senatori del Partito democratico e a cinque membri del gruppo delle Autonomie, oltre alla senatrice a vita Elena Cattaneo (farmacologa). Assente invece la senatrice a vita Liliana Segre, deportata ad Auschwitz a 14 anni, che nei giorni precedenti ha però invitato l’Aula ad approvare il testo all’unanimità.

Nella commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, che ha esaminato il testo in sede referente prima di trasmetterlo all’Aula, i contenuti sono stati ampiamente modificati: sono state eliminate una serie di norme contestate presenti nel testo iniziale, tra le quali la previsione del divieto di manifestazioni considerate a rischio antisemitismo e delle connesse sanzioni amministrative e penali. Il nodo principale è rimasto però la definizione stessa di antisemitismo elaborata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocaustopresente recepita dall’articolo 1, criticata da parte dell’opposizione perché ritenuta potenzialmente limitativa della critica politica allo Stato di Israele.

In realtà le obiezioni non riguardano tanto la definizione generale – che descrive l’antisemitismo come “una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio verso gli ebrei”- quanto gli esempi applicativi richiamati nel documento dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) pubblicato il 26 maggio 2016, ripresi anche nella Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo aggiornata nel febbraio 2025, che citano tra i casi di antisemitismo, quindi da sanzionare, l’applicazione di “due pesi e due misure nei confronti di Israele, richiedendo un comportamento non atteso o non richiesto a nessun altro Stato democratico”. 

Secondo il capogruppo dem Francesco Boccia, non è un caso che nel 2021 oltre duecento studiosi, molti dei quali ebrei e tra i maggiori esperti di antisemitismo, abbiano ritenuto opportuno formulare la cosiddetta Dichiarazione di Gerusalemme, che propone una definizione alternativa di antisemitismo. L’obiettivo, ha spiegato  Boccia, non era negare o relativizzare l’antisemitismo, ma chiarire meglio il confine tra odio antiebraico e critica politica.

Durante l’esame del provvedimento si è verificato anche un acceso confronto su un emendamento presentato dal senatore del PD Francesco Verducci, respinto e poi approvato come ordine del giorno (quindi come atto di indirizzo politico non vincolante) un impegno al governoche mirava a contrastare l’uso di simboli fascisti e nazisti. Il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo aveva proposto, in risposta, di inserire anche un riferimento al comunismo, innescando un duro scambio di accuse tra maggioranza e opposizione.

Un altro punto di discussione ha riguardato le risorse economiche. Andrea Giorgis, anche lui PD, ha osservato che la legge approvata delinea una serie di interventi privi però di stanziamenti specifici, con il rischio che restino solo sulla carta. Di parere opposto Maurizio Gasparri (capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama), secondo cui il provvedimento non comporta costi rilevanti perché gli strumenti di contrasto all’antisemitismo sono già operativi. Introdurre nuovi finanziamenti, ha spiegato, avrebbe potuto rallentarne l’iter di approvazione.

Dal centrodestra è arrivata anche la replica alle accuse di scarsa disponibilità al confronto: I senatori leghisti Daisy Pirovano, relatrice del provvedimento in commissione, Stefania Pucciarelli e Paolo Tosato hanno sostenuto che durante l’esame parlamentare sono stati fatti vari tentativi di mediazione con le altre forze politiche.

La senatrice Ester Mieli (Fratelli d’Italia) ha affermato che il voto ha contribuito a “far cadere le maschere”, riferendosi a chi – a suo avviso – non avrebbe preso le distanze da manifestazioni pubbliche caratterizzate da slogan ostili agli ebrei o allo Stato di Israele. Sulla stessa linea Mariastella Gelmini (Noi moderati), secondo cui sottrarsi al voto significa favorire l’indifferenza (in riferimento alle indicazioni fornite ai senatori PD dai vertici del partito di astenersi dal voto in Aula).

Molto critico anche il leader di Azione Carlo Calenda, che ha definito incomprensibile il mancato sostegno della sinistra a un provvedimento da lui ritenuto sostanzialmente identico a una proposta presentata in precedenza dal dem Graziano Delrio (che ha votato a favore). 

Dure reazioni alla scelta di alcuni senatori del PD sono arrivate anche da esponenti della comunità ebraica: il presidente di quella di Milano, Walker Meghnagi, ha parlato di una scelta che resterà come una “macchia” nella storia della sinistra. Analogo il giudizio di Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica di Roma.

Le spaccature interne al PD

Il testo approvato in prima lettura incorpora diverse proposte presentate al Senato nei mesi scorsi, tra cui quelle dei capigruppo di Fratelli d’Italia Lucio Malan e del capogruppo di Forza Italia Maurizio Gasparri. Un partito però vede tra le sue fila due firmatari di altrettante proposte di provvedimento: quello guidato da Elly Schlein. Un testo, a prima firma di Andrea Giorgis, è co-firmato dalla maggior parte dei senatori dem (29 in tutto), compreso il capogruppo Francesco Boccia, ed è quindi espressione delle correnti che compongono la maggioranza all’interno del partito. L’altro testo, di iniziativa di Graziano Delrio e firmato da  altri dieci suoi colleghi di partito, è espressione grosso modo della minoranza del partito, che fa capo alla cosiddetta area riformista.

Il primo tra gli inquilini del Nazareno a presentare una proposta è stato l’ex ministro dei governi Renzi, Gentiloni e Letta. Non riconoscendosi però nella proposta di Delrio, il partito aveva presentato un testo alternativo (a prima firma appunto di Giorgis), che aveva l’obiettivo di contrastare gli atti e le espressioni di antisemitismo insieme ad altre forme di odio e discriminazione di carattere razziale, etnico, nazionale o religioso. Una formulazione che i sostenitori del testo originario, così come rappresentanti della comunità ebraica, hanno però giudicato troppo generica.

La spaccatura interna al partito è emersa anche nel voto in Aula: il gruppo parlamentare aveva indicato la linea dell’astensione, ma sei senatori (Alfredo Bazoli, Pier Ferdinando Casini, Filippo Sensi, Walter Verini, Sandra Zampa e lo stesso Delrio) hanno comunque votato a favore del provvedimento. Tra i dem si sono registrate anche diverse assenze, alcune dovute a missioni istituzionali. 

Delrio ha spiegato la decisione di votare comunque a favore del testo per interrompere quello che ha definito “il silenzio della cultura democratica”, che secondo lui non avrebbe discusso e riflettuto abbastanza sul tema dell’antisemitismo. “Io non posso accettare che stiamo regalando la battaglia contro l’antisemitismo alla destra, e per giunta a una destra come questa”, ha detto Delrio, rivendicando come il sì dei sei senatori dem non sia comunque “in contestazione o dissociazione con il nostro partito”.

Il contesto europeo

La quasi totalità degli Stati membri dell’Unione Europea (25 su 27) ha adottato o approvato formalmente la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA, ad eccezione delle sole Malta e Irlanda.

Molti Paesi hanno recepito la definizione tra il 2017 e il 2022, utilizzandola come strumento non vincolante per guidare le forze dell’ordine, il sistema giudiziario e le istituzioni educative. Il primo in assoluto è stato il Regno Unito, poi Austria, Romania, Germania e Bulgaria. La seconda ondata (2018-2019) ha riguardato Belgio, Francia, Grecia, Ungheria, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Slovacchia e Lussemburgo. E, solo successivamente Italia, Spagna, Svezia, Estonia, Polonia, Portogallo e Finlandia. 

La maggior parte dei Paesi la utilizza come “linea guida” non giuridicamente vincolante per aiutare le istituzioni a riconoscere l’antisemitismo moderno (che include anche forme legate all’antisionismo estremo). Alcuni Paesi, tra cui l’Italia con il recente ddl, stanno compiendo un passo ulteriore inserendo i principi della definizione direttamente nei propri ordinamenti per rendere più efficaci le sanzioni contro l’odio. 

A livello globale, oltre ai Paesi UE, la definizione è stata adottata da un totale di 47 governi nazionali, inclusi Israele, Stati Uniti, Canada, Australia e Svizzera. 

 

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