La commissione Giustizia del Senato, su proposta della presidente e relatrice del testo Giulia Bongiorno, della Lega, ha adottato mercoledì scorso, 28 gennaio, un nuovo testo base del disegno di legge che modifica l’articolo 609-bis del codice penale in materia di violenza sessuale e di libera manifestazione del consenso, esaminato in seconda lettura.
Il testo è stato proposto originariamente in prima lettura alla Camera dalla deputata del Partito democratico ed ex presidente di Montecitorio Laura Boldrini. A seguito di una trattativa tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein, nella commissione Giustizia della Camera era stato approvato un emendamento delle relatrici Carolina Varchi, di Fratelli d’Italia, e la dem Michela Di Biase che aveva portato a una proposta che sembrava andare bene a tutti, con l’obiettivo di approvarlo all’unanimità in occasione del 25 novembre, Giornata interazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Alla Camera questo accordo sembrava funzionare, infatti l’Aula di Montecitorio ha dato il via libera all’unanimità al testo il 19 novembre scorso, in linea con i tempi che si erano dati i deputati per completare il secondo e ultimo passaggio parlamentare qualche giorno dopo.
“Sono molto soddisfatta dell’approvazione all’unanimità in Parlamento del disegno di legge del governo (al testo di Boldini ne era stato abbinato anche uno dell’esecutivo, ed era stato poi prodotto un testo unificato, ndr) che introduce il reato di femminicidio – ha commentato la premier Meloni –. È un segnale importante di coesione della politica contro la barbarie della violenza contro le donne”. Naturalmente una iniziale soddisfazione era trapelata anche dalle opposizioni.
Ma al Senato qualcosa è andato storto. La presidente della commissione Giustizia (passaggio dovuto prima che il testo approdi in Assemblea) Giulia Bongiorno della Lega, che è una nota avvocata penalista, ha bloccato l’approvazione del testo, impedendo il via libera definitivo entro la data concordata da Meloni e Schlein. La cosa ha generato una grande polemica da parte delle opposizioni, sia per il mancato rispetto dell’accordo, sia per quella che la deputata del Pd Debora Serracchiani all’epoca definì una “evidente sfiducia nei confronti della presidente del consiglio”, da parte dei suoi alleati di governo.
“Personalmente, ma parlo a nome dell’intera commissione, si vuole andare avanti sul ddl. Ho chiesto se ci fosse unanimità nella rinuncia agli emendamenti, l’unanimità non c’è stata. La maggioranza ha chiesto che si possano fare delle correzioni” le parole usate da Bongiorno per spiegare lo stop.
Le lacune: il “consenso libero e attuale”
Secondo Bongiorno il testo non poteva essere approvato così com’era, doveva essere modificato a causa di “alcune lacune” presenti. Lacune rimarcate anche da altri esponenti della Lega, tra cui lo stesso segretario Matteo Salvini.
Le lacune stavano secondo i leghisti nel concetto fondamentale del testo, ovvero quello del “consenso libero attuale”, che stava a significare che l’accordo a un rapporto sessuale deve essere volontario, esplicito, revocabile in ogni momento, privo di pressioni, manipolazioni o intimidazioni, e valido per l’esatto momento dell’atto. Si contrappone a situazioni in cui la persona non può esprimere una volontà genuina, per paura, vulnerabilità o incapacità, ribaltando l’onere della prova: non è la vittima a dover dimostrare di aver detto no, ma l’accusato a dover provare l’esistenza di questo consenso positivo.
Una legge sul consenso è richiesta dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza nei confronti delle donne: un Trattato internazionale promosso dal Consiglio d’Europa, firmato nel 2011 ed entrato in vigore in Italia dopo la ratifica il 1° agosto 2013, che definisce e contrasta la violenza di genere e domestica, promuovendo la prevenzione, la protezione delle vittime e il perseguimento dei colpevoli, anche attraverso la definizione di una serie di reati da penalizzare, dallo stalking alla violenza psicologica.
All’articolo 36 la Convenzione impegna i Paesi firmatari a perseguire penalmente i responsabili di violenza sessuale, definendola fondamentalmente come “atti sessuali non consensuali”. Il consenso è così definito: “Il consenso deve essere dato volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona, che deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto”.
Su questo tema, il segretario leghista il 26 novembre scorso aveva dichiarato che quello del consenso era “assolutamente condivisibile come principio, ma lasciare troppo spazio alla libera interpretazione del singolo rischia di intasare i tribunali e non combattere le violenze. Giulia Bongiorno è scrupolosa, questo libero consenso così com’è scritto rischierebbe di lasciare spazio a vendette”, in riferimento all’eventualità che una vittima di violenza, in caso di approvazione del testo di Boldrini, avrebbe potuto “discrezionalmente” accusare un altra persona di violenza sessuale per vendetta.
Il nuovo testo
Nella nuova formulazione viene cancellato quindi il riferimento al “consenso libero e attuale”, sostituita dai riferimenti alla “volontà contraria” e al “dissenso”. Il ddl dispone che chiunque, contro la volontà di una persona, compie atti sessuali, o li induce a compiere o subire è punito con la reclusione da sei a dodici anni. “La volontà contraria all’atto sessuale – prosegue il testo – deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso. L’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa o approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso”.
La pena aumenta a sette/tredici anni se il fatto è commesso tramite violenza, minaccia, abuso di autorità o approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa.
La presidente della commissione e relatrice del testo, Bongiorno, nell’illustrare i contenuti, ha precisato che il testo unificato è “il risultato di un’ampia attività istruttoria e dell’approfondito confronto svolto in commissione nel quale sono stati valorizzati sia i contributi dei gruppi parlamentari, sia gli apporti tecnici dei diversi esperti ascoltati nel corso delle audizioni”.
Le polemiche
“Ho detto alla presidente che se da un buon accordo tra tutte le forze politiche si passa ad una legge negativa per le donne è meglio non farla. Le ho chiesto di tornare all’accordo, reinserire il consenso e non farsi dettare la linea dal patriarcato“. Così la segretaria Schlein commentando il il nuovo testo base adottato.
In generale la reazione è stata dura sia da parte delle opposizioni, sia da parte della galassia progressista in generale, dalle associazioni contro la violenza sulle donne ad alcuni sindacati, che accusano la maggioranza di essere arrivata al paradosso di voler tutelare chi commette il reato di stupro piuttosto che chi lo subisce.
Non dello stesso avviso Bongiorno, la quale ha rivendicato la scelta spiegando che la nuova norma mette al centro la tutela della donna, sottolineando che ogni atto contro il consenso della vittima è violenza sessuale. “Si supera così decisamente – ha spiegato la leghista – l’obsoleta struttura della norma vigente che condiziona la punibilità a positive condotte di violenza, minaccia o abuso di autorità da parte dell’autore del reato”. Quindi, secondo la senatrice, “la tutela della vittima è a 360 gradi, perché la norma punisce la violenza sessuale anche quando la persona si è trovata nell’impossibilità di esprimere consenso o dissenso perché è stata colta di sorpresa o non ha potuto reagire, paralizzata dalla paura o dall’imbarazzo”.
Per quanto riguarda Forza Italia, per voce del suo capogruppo a Palazzo Madama Maurizio Gasparri, si è detta favorevole al testo base, riservandosi “di presentare emendamenti” e spiegando che questa versione non è il testo finale. Sulla stessa linea anche Mariastella Gelmini, di Noi moderati: a suo avviso il provvedimento risponde alle esigenze di tutti e non deve diventare terreno di scontro, ma ha anticipato che il suo partito è pronto a dare il proprio contributo in fase emendativa.
Più silenzioso sembra essere invece il partito di Giorgia Meloni, forse per non dover avallare pubblicamente la scelta della Lega, che va apparentemente nella direzione opposta rispetto alle decisioni prese dalla premier.
Per approfondire
Film e Documentari
C’è ancora domani (2023): il celebre film di Paola Cortellesi che esplora la violenza domestica e il desiderio di libertà nell’Italia del dopoguerra.
Una donna promettente (2020): thriller che affronta la cultura dello stupro e la difficoltà di ottenere giustizia.
Processo per stupro (1979): storico documentario della RAI che mostra come, nelle aule di tribunale dell’epoca, la vittima venisse spesso trasformata in imputata.
Un altro domani (2023): docufilm di Silvio Soldini e Cristiana Mainardi che indaga le radici della violenza nelle relazioni di coppia.
Libri consigliati:
Donne che amano troppo (Robin Norwood): un classico che analizza i meccanismi psicologici della dipendenza affettiva e perché molte donne restano in relazioni tossiche.
Non chiamarmi amore (Mariangela Cassano): ispirato alle storie raccolte dall’associazione Donnexstrada, offre uno sguardo reale sulle testimonianze di vittime di violenza.
Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia (Gino Cecchettin): un libro per riflettere sulla cultura patriarcale e sul valore della prevenzione, inserito tra le risorse della Fondazione Giulia Cecchettin.


