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La possibile reintroduzione della leva volontaria

12 Dicembre 2025

scritto da Redazione

Il possibile disegno di legge italiano

Lo scorso 28 novembre, al termine di un incontro con l’omologa francese Catherine Vautrin, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato l’intenzione di voler presentare a un prossimo Consiglio dei ministri un disegno di legge per l’introduzione della leva militare volontaria, ausiliaria e parallela rispetto alle forze armate regolari.

Secondo fonti del governo, il disegno di legge non punterebbe a ricostituire la naja obbligatoria, ma a formare un bacino di professionisti pronti a intervenire in situazioni eccezionali. L’obiettivo non è quindi quello di arruolare reclute giovani e inesperte, bensì di costruire una riserva selezionata composta da personale già qualificato o rapidamente impiegabile in contesti di sicurezza complessi. 

L’idea è quella di costituire una forza di circa 10.000 volontari, addestrati periodicamente, con background diversi: giovani alla prima esperienza che desiderano avvicinarsi al mondo della difesa, ex militari in congedo disponibili a rientrare in servizio in forma di riserva, e soprattutto civili dotati di competenze tecniche rilevanti per conflitti ibridi – sanità, ingegneria, informatica, cyber-security, telecomunicazioni, logistica. Questa riserva specializzata avrebbe un ruolo eminentemente operativo sul territorio nazionale: supporto logistico alle Forze Armate, attività di cooperazione civile-militare, contributo nella protezione civile durante le emergenze, difesa e monitoraggio delle infrastrutture critiche, potenziamento delle capacità di sicurezza informatica e cyber-difesa. 

Confronto con altri Paesi europei

La proposta italiana si colloca in un contesto europeo caratterizzato da una crescente percezione di vulnerabilità. La guerra in Ucraina ha riportato il conflitto convenzionale nel cuore del continente, mentre episodi ricorrenti di droni militari russi che sconfinano nei cieli europei – gli ultimi rilevati sopra una base con sottomarini nucleari in Francia e nello spazio aereo irlandese – hanno ribadito i limiti della sicurezza collettiva. A ciò si aggiunge il progressivo ridimensionamento dello “scudo strategico” statunitense in Europa, un elemento che per decenni aveva rappresentato il principale pilastro di deterrenza per gli Stati membri della NATO. In questo quadro, diversi Paesi stanno ridefinendo i propri modelli di reclutamento e di difesa. 

La Francia ha annunciato l’introduzione, dal 2026, di un servizio militare volontario della durata di dieci mesi, rivolto principalmente ai giovani tra i 18 e i 19 anni. I volontari saranno impiegati esclusivamente sul territorio nazionale e in quelli d’oltremare, combinando addestramento militare con attività di supporto e protezione civile, ricevendo vitto, alloggio e un’indennità. L’obiettivo dichiarato è creare una riserva giovane ma operativa, capace di rafforzare la resilienza del Paese senza ricorrere alla coscrizione obbligatoria tradizionale.

La Germania ha approvato lo scorso 5 dicembre la riforma della leva: prevede che tutti i cittadini, al compimento dei 18 anni, ricevano un questionario per dichiarare la propria disponibilità a prestare servizio nella Bundeswehr. Per i tedeschi nati nel 2008 la compilazione sarà obbligatoria, così come, dal 1° luglio 2027, lo sarà anche la visita di leva. Chi manifesterà interesse e sarà considerato idoneo verrà convocato per una valutazione più approfondita.

Secondo il testo della riforma, tutti i selezionati seguiranno una formazione di base comune, che comprenderà addestramento e qualificazione alla protezione civile estesa. Successivamente, per coloro che proseguiranno il servizio per almeno dodici mesi, l’addestramento continuerà all’interno delle unità operative e delle strutture di supporto delle forze armate.

Dal reclutamento di massa all’esercito professionale: la leva in Italia

Il servizio di leva obbligatorio venne introdotto in maniera generalizzata con la nascita del Regno d’Italia, ma le prime leggi di coscrizione risalgono agli anni pre-unitari: ad esempio, nello Stato sabaudo il reclutamento di soldati imposto era previsto fin dal 1854 con la cosiddetta riforma La Marmora.  

Dopo l’Unità d’Italia, la leva divenne uno degli strumenti principali dello Stato non solo per garantire la difesa dei propri confini, ma soprattutto per consolidare il senso di cittadinanza e dovere civico in una nazione nata solo pochi anni prima.  

Nel corso del Novecento e soprattutto nel secondo Dopoguerra, cominciarono a emergere tensioni e contraddizioni: da una parte l’esigenza di reclutare in massa per le Forze Armate; dall’altra le critiche su una leva obbligatoria percepita come anacronistica. L’introduzione del diritto all’obiezione di coscienza, con la Legge 772/1972, segnò un primo significativo cambiamento, dando la possibilità a chi rifiutava il servizio armato di optare per un servizio civile sostitutivo.  

Negli anni successivi, la durata e le modalità della leva furono progressivamente riviste: prima lunghi periodi di ferma, poi riduzioni graduali a seconda delle necessità e delle trasformazioni della società e dello scenario geopolitico.  

Il cambio di paradigma radicale prese forma alla fine degli anni Novanta, quando il nuovo scenario internazionale successivo alla Guerra Fredda e l’evoluzione delle strategie militari resero sempre più evidente la necessità di Forze Armate più snelle, flessibili e professionali. Il contesto mutato portò all’approvazione della legge 331/2000, che formalizzò l’obiettivo di trasformare le Forze Armate in un esercito professionale, prevedendo lo smantellamento progressivo della leva obbligatoria.  

Il provvedimento decisivo arrivò con la legge 226/2004, nota anche come legge Martino, che stabilì la sospensione del richiamo obbligatorio: la leva fu dichiarata ordinariamente inattiva a partire dal 1º gennaio 2005.  L’Italia, dopo circa 144 anni di coscrizione, passò dunque a un esercito interamente composte da volontari.  

Formalmente, la leva non fu abolita in modo irrevocabile, ma sospesa: il sistema rimane “dormiente”, e la legge prevede che, in caso di guerra o grave crisi internazionale, la coscrizione potrebbe essere reintrodotta.

La situazione militare italiana: capacità operative, struttura della forza e organizzazione della spesa

L’Italia dispone oggi di circa 165.000 militari attivi nelle proprie Forze Armate, un numero significativo ma contenuto se confrontato con altri Paesi europei: la Francia ne conta 203.000, la Germania 183.000. Il divario si amplia ulteriormente a livello globale: la Cina schiera circa 2.035.000 militari attivi, risultando il più grande esercito al mondo, mentre gli Stati Uniti mantengono 1.328.000 soldati, supportati da tecnologie avanzate e capacità logistiche tra le più sofisticate. La Russia, nonostante le perdite subite nel conflitto in Ucraina, dichiara di contare su oltre un milione di effettivi tra personale attivo, riserve e unità paramilitari.

In questo contesto, la situazione militare italiana presenta un duplice squilibrio. Da un lato, la carenza di personale limita le capacità operative in scenari di conflitto moderno; dall’altro, la struttura della spesa militare, pur in crescita nominale, risulta segnata da riclassificazioni contabili e scarsa trasparenza.

Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Carmine Masiello, ha dichiarato che l’Italia non sarebbe in grado di fronteggiare conflitti ad alta intensità come quelli in Ucraina o in Medio Oriente. Per assicurare una difesa credibile del territorio sarebbero necessarie tra 40.000 e 45.000 unità aggiuntive, insieme a un significativo aggiornamento tecnologico. Sempre secondo fonti interne all’esercito, le carenze riguarderebbero non solo il numero dei militari, ma anche la qualità dei sistemi d’arma: mancherebbero armamenti pesanti, artiglierie mobili moderne, capacità missilistiche a lunga gittata e sistemi adeguati di difesa antiaerea e antidrone. In particolare, l’Italia non dispone di un sistema equivalente agli HIMARS (High Mobility Artillery Rocket System), lanciarazzi mobili ad alta precisione e lungo raggio, considerati essenziali nei conflitti contemporanei per colpire obiettivi strategici senza esporsi al fuoco nemico.

L’obiettivo del 2% del PIL per la spesa militare imposto dalla NATO – l’impegno assunto di recente dai Paesi membri è quello di innalzare questa soglia al 5% entro il 2035 – avrebbe dovuto, almeno in parte, contribuire a ridurre il gap tecnologico tra l’Italia e le grandi potenze del mondo. Tuttavia, analizzando la composizione della spesa militare italiana per il 2025, la questione appare più sfumata. Storicamente, la quota destinata al personale ha rappresentato la componente predominante del bilancio della difesa: in media il 68% tra il 2014 e il 2023, con un picco del 77% nel 2015 e un valore pari al 59% nel 2024. Una concentrazione che riflette sia l’elevato costo del personale militare professionale, sia la minore incidenza di investimenti in sistemi d’arma avanzati e infrastrutture.
Nel 2025, la quota destinata al personale scende al 43%, ma il calo non deriva da un riequilibrio naturale della spesa: esso è principalmente il risultato di riclassificazioni contabili necessarie per raggiungere il target del 2% del PIL secondo i criteri NATO. Dello 0,5 p% di incremento della spesa tra il 2024 e il 2025, solo lo 0,1 corrisponde a un effettivo aumento delle risorse allocate per la difesa, mentre lo 0,4 deriva dalla riclassificazione di voci già presenti in bilancio, come la Guardia di Finanza, le Capitanerie di Porto, i programmi spaziali e le iniziative di cybersicurezza. Questo meccanismo spiega l’aumento della categoria “altro”, che passa dal 16% del 2024 al 30% del 2025, a fronte di una crescita più contenuta della voce armamenti, salita dal 22% al 26%, e di una lieve riduzione delle infrastrutture, dal 3% al 2%.

In media, nei Paesi che hanno raggiunto il 2% del PIL in spesa militare quest’anno, circa il 60% dell’incremento è attribuibile alla categoria “altro” (63% nel caso dell’Italia). Ciò suggerisce che l’Italia non sia l’unica a riclassificare voci di spesa per raggiungere la soglia. Analizzando i singoli casi, in Belgio e Slovenia un aumento di 0,7 punti percentuali deriva rispettivamente per 0,6 e 0,5 punti dalla categoria “altro”. Percentuali simili si riscontrano anche in Spagna e Canada, dove poco più della metà dell’incremento è imputabile a questa voce.

Conclusioni

La proposta italiana di una leva militare volontaria nasce dall’esigenza di rafforzare la resilienza nazionale in un contesto internazionale più instabile, senza reintrodurre la leva obbligatoria. L’idea di una riserva qualificata di 10.000 volontari mira a colmare carenze di personale e competenze, soprattutto in settori tecnici oggi cruciali nei conflitti ibridi. Il modello si inserisce in una tendenza europea più ampia, con Francia e Germania che stanno sperimentando soluzioni diverse per aumentare la propria capacità difensiva senza ripristinare la coscrizione tradizionale.

Per l’Italia l’efficacia di una riserva volontaria dipenderà dalla capacità di integrarla in un sistema militare che soffre carenze strutturali sia di organico, sia di equipaggiamenti. Il raggiungimento formale del 2% del PIL in spesa militare non garantisce automaticamente un miglioramento delle capacità operative, poiché una parte significativa dell’aumento deriva da riclassificazioni contabili.

In questo quadro, la leva volontaria potrebbe rappresentare un primo passo verso un rafforzamento della sicurezza nazionale, ma non costituisce di per sé una soluzione definitiva. Sarà decisivo valutare come verrà implementata e quanto contribuirà a colmare gap di personale, competenze e tecnologia, senza generare costi aggiuntivi sproporzionati o duplicazioni organizzative.


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