Alle elezioni dell’autunno 2025 sono state sette le regioni chiamate al voto. Il centrodestra ha consolidato la propria posizione confermando i presidenti uscenti in regioni chiave come le Marche con Francesco Acquaroli, e la Calabria con Roberto Occhiuto, e vincendo in Veneto con Alberto Stefani. Parallelamente, il centrosinistra ha registrato successi significativi, riconfermando Eugenio Giani in Toscana e tenendosi la Campania con Roberto Fico (senza Vincenzo De Luca, che non si è potuto candidare per il terzo mandato), e la Puglia con Antonio Decaro, anche grazie all’efficacia del “campo largo” (PD, M5S e AVS).
Esplora di questa settimana analizza i risultati di questo appuntamento elettorale, che ha riaperto la discussione sulla riforma che regola il voto nazionale in vista delle politiche del 2027, ricordando che lo stesso anno si andrà alle urne anche in Sicilia, mentre nel 2028 toccherà a Lazio, Lombardia, Molise e Friuli-Venezia Giulia.
Marche
Tra i sette appuntamenti regionali in calendario questo autunno, quello delle Marche era sicuramente il più atteso e politicamente incerto.
Chiamati alle urne gli scorsi 28 e 29 settembre, i cittadini marchigiani hanno confermato, con un margine più ampio del previsto, il presidente uscente Francesco Acquaroli, esponente di Fratelli d’Italia e sostenuto dalla coalizione di centrodestra.
Acquaroli ha ottenuto il 52,4% dei voti, distanziando di oltre otto punti il principale sfidante, Matteo Ricci (44,4%), candidato del Partito Democratico e appoggiato da Movimento 5 Stelle, Italia Viva e Alleanza Verdi e Sinistra.
L’affluenza, scesa al 50%, è stata uno degli aspetti più significativi di questa tornata elettorale. Si tratta di un calo consistente rispetto al 60% registrato nel 2020, quando però il voto regionale coincideva con il referendum sulla riduzione dei parlamentari e con le amministrative in diversi comuni, fattori che avevano naturalmente aumentato la partecipazione. Questa contrazione ha inciso in modo significativo soprattutto sul campo progressista, che ha perso voti in quasi tutte le sue componenti.
Il risultato rappresenta una conferma significativa per Fratelli d’Italia e per la leadership di Giorgia Meloni. Pur essendo il primo partito a livello nazionale, FdI governa direttamente solo due regioni, Marche e Abruzzo, rendendo quindi cruciale il consolidamento del proprio radicamento locale. Una sconfitta avrebbe sollevato interrogativi sulla tenuta della classe dirigente territoriale e rafforzato la posizione degli alleati di governo nel chiedere maggiore spazio. Anche per questo Meloni era intervenuta personalmente nella campagna elettorale estiva, presentando nelle Marche il disegno di legge che prevede l’ingresso della regione, insieme all’Umbria, nelle Zone Economiche Speciali.
Analizzando quanto emerso dalle urne, Fratelli d’Italia ha registrato un incremento significativo rispetto al 2020, passando dal 18,6 al 27,4%, conquistando 40mila voti in più nonostante la minor affluenza. Anche Forza Italia ha consolidato una crescita significativa, passando dal 5,9 all’8,6% e incassando circa 12mila preferenze in più rispetto alla scorsa tornata. Confermato invece l’andamento negativo della Lega, che scende dal 22,3 al 7,4%, con un calo di oltre 100mila voti, in linea con i risultati delle europee del 2024.
Sul fronte opposto, la sconfitta del centrosinistra è stata particolarmente pesante e ha minato la narrazione di una coalizione finalmente unita dopo anni di divisioni. In primavera i sondaggi indicavano una competizione ancora aperta. Tuttavia, negli ultimi mesi il vantaggio di Acquaroli si era ampliato, complice anche l’inchiesta giudiziaria in cui Ricci è rimasto coinvolto con l’accusa di corruzione, episodio che ha inevitabilmente pesato sul clima politico.
L’analisi del voto per liste conferma un quadro complessivamente deludente per il “campo largo”. Il Partito Democratico è sceso al 22,5%, perdendo 2,5 punti e quasi 30mila voti rispetto al 2020. Il Movimento 5 Stelle registra un calo ancora più netto: dal 7,1 al 5%, pari a circa 16mila voti in meno. Italia Viva, che cinque anni fa aveva raccolto il 3,1%, è scesa all’1,9%, risultato che ha consentito comunque l’elezione di un consigliere regionale ma che evidenzia un forte arretramento. I dati di Alleanza Verdi e Sinistra, che la attestano al 4,2%, risultano difficilmente comparabili con il 2020, poiché allora si presentò in forme civiche diverse e non coordinate.
Un confronto più politico che numerico riguarda la capacità effettiva della coalizione unitaria di centrosinistra di generare valore aggiunto. Sommando infatti i risultati dei candidati PD e M5S del 2020 si otteneva il 45,9%, un punto e mezzo in più rispetto al risultato di Ricci. Pur trattandosi di un confronto parziale e maturato in contesti elettorali differenti, il dato indica che l’unità formale non si è tradotta automaticamente in un ampliamento del bacino elettorale.
Toscana
La Toscana è stata chiamata alle urne il 12 e 13 ottobre. Eugenio Giani è stato confermato presidente della Regione con il 53,9% dei voti, battendo il candidato del centrodestra, il sindaco di Pistoia Alessandro Tomasi, fermo al 40,9%, mentre Antonella Bundu (lista Toscana rossa) si è attestata al 5,2%. Il successo di Giani rappresenta un successo importante per il centrosinistra, ma l’analisi dei dati invita alla cautela: rispetto al 2020, infatti, il presidente uscente ha aumentato il proprio risultato di 5,3 punti percentuali, ma considerando che allora il Movimento 5 Stelle correva da solo, oggi la coalizione complessiva perde circa un punto percentuale, rivelando un consenso strutturalmente più stretto.
Dal punto di vista territoriale, il neoeletto vince nella maggioranza della regione, ma il centrodestra riesce a imporsi in tre province simboliche: Grosseto, Massa-Carrara e Pistoia, evidenziando una Toscana politicamente più sfumata, meno omogeneamente “rossa” rispetto al passato. Anche a Firenze, città considerata da sempre solidamente a sinistra, Giani registra un arretramento: dal 60,3% di cinque anni fa (che raggiungeva il 64,8% includendo il M5S) all’odierno 56,1%. È un segnale che suggerisce uno spostamento d’opinione in aree urbane centrali, forse legato a dinamiche sociali e demografiche in trasformazione.
Sul fronte dei partiti, il PD si conferma prima forza politica con il 34,4%, seguito da Fratelli d’Italia al 26,8%, risultato che certifica l’ascesa costante del partito di Giorgia Meloni nella regione. All’interno della coalizione di centrosinistra, la lista civica “Giani Presidente – Casa Riformista” ottiene l’8,9%, mentre Alleanza Verdi e Sinistra si colloca al 7% e il Movimento 5 Stelle al 4,3%, con un peso quindi limitato nonostante l’alleanza. Nel centrodestra, emergono il 6,2% di Forza Italia e, soprattutto, il dato critico per la Lega, che precipita al 4,4%, dopo aver raggiunto quasi il 22% nel 2020.
Il dato più allarmante arriva però dall’affluenza, scesa al 47,7%, con un calo di quindici punti rispetto alle scorse elezioni. Questo segna un distacco profondo tra elettori e politica regionale: più che premiare o punire un singolo schieramento, la metà degli aventi diritto ha scelto di non esprimersi. La vittoria di Giani, quindi, pur robusta nelle cifre, si colloca in un quadro politico meno solido di quanto la percentuale finale possa suggerire: il centrosinistra mantiene il governo della regione, ma deve confrontarsi con segnali di erosione in alcune aree chiave, mentre il centrodestra, pur sconfitto, mostra un radicamento crescente.
Calabria
In Calabria, durante le elezioni del 5 e 6 ottobre, il governatore uscente di Forza Italia Roberto Occhiuto (che si era dimesso il 31 luglio a causa di un’inchiesta per corruzione in cui è indagato da maggio scorso) è stato confermato presidente della Regione con il 57,3% dei voti, staccando di oltre quindici punti il candidato del centrosinistra (espressione del Movimento 5 Stelle, già presidente dell’Inps e dal 2024 europarlamentare) Pasquale Tridico, che si è fermato al 41,7%. Francesco Toscano (lista di Democrazia sovrana e popolare) ha ottenuto l’1%. È una vittoria ampia, anche superiore alle aspettative dei sondaggi, e segna un consolidamento del centrodestra in Calabria rispetto alle elezioni regionali del 2021. L’analisi del voto mostra una regione molto compatta nel sostegno al presidente uscente, che aveva detto di volersi candidare contestualmente all’annuncio delle sue dimissioni.
Occhiuto vince in tutte le province calabresi, con margini molto ampi soprattutto a Crotone e Reggio Calabria, dove supera il 65% e distanzia Tridico di oltre 30 punti. Anche nei principali centri urbani – Reggio Calabria, Catanzaro, Lamezia Terme e Crotone – il centrodestra prevale, mentre il centrosinistra vince solo a Cosenza. Nella distribuzione del voto per partito, Forza Italia risulta quindi la lista più votata con il 18%, seguita dalla civica “Occhiuto Presidente” al 12,4%, da Fratelli d’Italia all’11,6% e dalla Lega al 9,4%: un quadro che mostra un centrodestra coeso e articolato, con uno zoccolo forte di sostegno personale (e di legame con il partito) al presidente.
Sul fronte opposto, il Partito Democratico ha ottenuto il 13,6%, la lista “Tridico Presidente” il 7,6%, il Movimento 5 Stelle il 6,4%, segnale della difficoltà strutturale del M5S nel Sud, nonostante la candidatura di un esponente di rilievo come l’ex presidente dell’Inps.
Sul fronte della partecipazione, l’affluenza si è fermata al 43,5%, in lieve calo rispetto al 44,4% di quattro anni fa. Il dato ufficiale, però, non fotografa fedelmente la realtà: in Calabria più del 22% degli elettori è iscritto all’AIRE, cioè vive stabilmente all’estero. Escludendo questi cittadini che con grande probabilità non rientrano per votare, l’affluenza effettiva sale al 55%. Si tratta dunque di un risultato in linea con le ultime elezioni regionali.
Veneto
In Veneto, le elezioni del 23 e 24 novembre, hanno visto la vittoria del leghista Alberto Stefani, che ha confermato il prevedibile “’effetto Zaia” – l’impatto determinante che la figura dell’ex Presidente della Regione, Luca Zaia, ha avuto sui risultati elettorali, pur non potendosi ricandidare – e provocato qualche malcontento nella maggioranza. Il deputato della Lega (di cui torna contendibile il seggio di Rovigo) ha 33 anni ed è Il governatore più giovane d’Italia, avendo vinto con il 64,39% dei voti, più del doppio di quelli raccolti dal candidato espresso dal centrosinistra, Giovanni Manildo (che ne ha presi il 28,88%). Fondamentale per la vittoria di Stefani è stato il contributo della lista del Carroccio – con capolista in tutte le province il presidente uscente Zaia – che ha ottenuto il 36,28% dei consensi, pari a 200mila voti. Fratelli d’Italia si è invece fermato al 18,69%, nonostante sperasse nel sorpasso sulla Lega alla luce dei risultati delle europee in Veneto, nel 2024, quando il partito di Giorgia Meloni aveva incassato il 37,6% dei voti, contro il 13,1% della Lega. L’ex governatore ha commentato: “Ora sono perfettamente ricandidabile alla guida della Regione”, facendo riferimento (polemico) al divieto di terzo mandato che non gli ha consentito di guidare ancora il suo Veneto (alle regionali del 2020 Zaia era riuscito a raccogliere il 76,79% dei voti, lasciando all’avversario Arturo Lorenzoni un misero 15,72%).
Uno scenario che ridimensiona le aspirazioni di Meloni per quanto riguarda la scelta del candidato del centrodestra in Lombardia (le elezioni si terranno nel 2028), dove la premier avrebbe voluto esprimere una figura interna a Fratelli d’Italia, mentre ora dovrà fare i conti con le volontà della Lega, ma anche di Forza Italia.
Anche in Veneto l’astensione è stata alta: hanno votato il 44,6% degli aventi diritto, contro il 61,2% del 2020.
Puglia
In Puglia l’esito delle elezioni regionali, che si sono tenute anche queste il 23 e 24 novembre, ha confermato le previsioni della vigilia: Antonio Decaro, europarlamentare del Partito Democratico, è stato eletto presidente con il 64,1% dei voti, distanziando di quasi trenta punti Luigi Lobuono, candidato civico sostenuto dal centrodestra. Già sindaco di Bari, Decaro subentra a Michele Emiliano (PD), impossibilitato a ricandidarsi avendo già superato il limite dei due mandati consecutivi.
Proprio intorno alla figura di Emiliano si sono concentrate le principali tensioni interne al centrosinistra. Decaro ha escluso una possibile candidatura del suo predecessore al Consiglio regionale, ponendo lo stesso veto anche su Nichi Vendola, già presidente di Regione tra il 2005 e il 2015, considerati profili politicamente troppo ingombranti rispetto al nuovo corso che Decaro voleva inaugurare. Emiliano, anche su sollecitazione della segretaria del PD Elly Schlein, ha rinunciato alla candidatura. Vendola ha invece scelto di correre con Alleanza Verdi e Sinistra per un seggio in Consiglio regionale, senza tuttavia risultare eletto. Pur avendo AVS ottenuto il 4,09% dei voti validi, non ha superato la soglia di sbarramento prevista dalla legge elettorale pugliese, che la calcola non sul totale dei voti ma sul rapporto tra questi ultimi (circa 54mila) e il totale dei voti espressi per i candidati alla presidenza (circa 1,4 milioni).
In termini assoluti la vittoria del centrosinistra è stata trainata principalmente dal PD e dalle liste civiche associate a Decaro, che rispetto al 2020 hanno registrato una variazione favorevole di 138.139, oltre il 25% in più rispetto alla scorsa tornata elettorale. Crolla al 7% il Movimento 5 Stelle, che solo un anno fa, alle elezioni europee, aveva ottenuto il 14,11%, con un calo di quasi 100mila preferenze.
Nel centrodestra, la dinamica del voto restituisce un quadro più articolato. Fratelli d’Italia cresce in modo significativo, passando dal 12% del 2020 al 18,7% e consolidandosi come prima forza della coalizione. Forza Italia e Lega registrano invece risultati più contenuti, attestandosi rispettivamente al 9,1% e all’8,04%.
È particolarmente interessante il caso di Forza Italia: pur aumentando la propria percentuale, il partito perde in realtà 28.384 voti in termini assoluti. L’incremento percentuale non riflette quindi un avanzamento reale, ma è piuttosto l’effetto aritmetico del forte calo dell’affluenza. La partecipazione, qui, è stata la più bassa tra le sette regioni al voto in autunno e la più bassa nella storia della Puglia, avendo votato solo il 41,8% degli aventi diritto. Si tratta di un crollo di 15 punti rispetto al 2020, quando il voto coincise con il referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari, e di 10 punti rispetto al 2015.
Campania
In Campania, chiamata a votare anch’essa il 23 e 24 novembre, il nuovo presidente regionale è il pentastellato Roberto Fico, ex presidente della Camera nella scorsa legislatura (in carica dal 24 marzo 2018 al 12 ottobre 2022, XVIII legisltura), che ha ottenuto il 56,27% dei voti, vincendo grazie al campo largo di centrosinistra con un distacco netto rispetto al concorrente della coalizione di centrodestra, Edmondo Cirielli (40,51% dei voti). Con uno scarto ancora più ampio, gli altri candidati, che insieme arrivano a circa il 3% dei voti.
La vittoria di Fico ha rispettato le previsioni, ed è stata agevolata dal sostegno al candidato delle 8 liste della coalizione di centrosinistra. Di queste, la più votata è stata quella del PD, che ha raccolto il 18,41% dei voti, acquistando quasi 2 punti percentuali rispetto alle regionali di cinque anni fa. Aumentano le percentuali di voti (+5,95%) anche per Fratelli d’Italia che con l’11,93% dei consensi ha conquistato la seconda posizione. Si posiziona terza Forza Italia con il 10,72% dei voti, che raddoppia i consensi (+5,56%) rispetto a 5 anni fa. Al quarto posto il Movimento 5 Stelle, con il 9,12% dei voti, in linea con i risultati del 2020, quando aveva conquistato il 9,92% dei voti, ma registrando un calo importante rispetto alle europee dell’anno scorso, quando si era aggiudicato il 20,77 dei consensi. Infine Allenza Verdi e Sinistra, che ottiene il 4,66%.
Nel 2020 il presidente uscente Vincenzo De Luca era stato rieletto con il 69,5% dei voti. La sua coalizione (ampiamente personalistica, centrata su di lui) travolse il centrodestra, che si fermò a circa il 18%. Il consenso attorno a De Luca era molto forte, e il suo risultato rappresentava una forma di continuità.
La non candidatura di De Luca nel 2025 non è frutto di una scelta puramente politica o personale: ha una ragione giuridica e istituzionale. Nell’aprile 2025, la Consulta ha dichiarato incostituzionale (ai sensi dell’art. 122 della Costituzione) la legge regionale della Campania – che avrebbe dovuto consentire al presidente De Luca di candidarsi per un terzo mandato consecutivo – spiegando che la regola sul limite dei mandati serve a evitare concentrazioni prolungate di potere in capo a un solo individuo. Nel dibattito politico, De Luca ha reagito aspramente, definendo “strampalata e ingiusta” la sentenza. Questa decisione ha precluso anche a Luca Zaia, ormai ex governatore del Veneto, di correre per un terzo mandato. Dopo la sentenza definitiva, De Luca non si è arreso: ha lasciato intendere che avrebbe potuto comunque “scendere in campo con una sua lista”, oppure continuare a incidere all’interno della coalizione regionale. La continuità dell’influenza dell’ex presidente della Campania è stata inoltre rafforzata dal ruolo sempre più centrale del figlio, Piero De Luca, deputato e da settembre 2025 segretario regionale del partito in Campania. La sua nomina, avvenuta proprio mentre il padre veniva escluso dalla corsa a governatore, è stata interpretata da molti come una forma di “trasferimento” del potere politico e di mantenimento del controllo sulle dinamiche interne del centrosinistra.
L’affluenza alle urne è stata relativamente bassa: ha votato circa il 44,05% degli aventi diritto, in netto calo rispetto al 55,5% del 2020, confermando la scarsa partecipazione al voto che si è registrata anche nelle elezioni delle altre regioni. Il voto urbano‑metropolitano si è rivelato determinante: nella provincia di Napoli (27 seggi), che concentra oltre la metà della popolazione regionale, Fico ha raccolto quasi due terzi dei consensi. Al contrario, Cirielli ha ottenuto risultati migliori nelle province del nord‑Campania, come Caserta e Benevento, dove il divario con il candidato vincente è stato più contenuto.
La Valle d’Aosta
Per quanto riguarda la Valle d’Aosta, regione che si è recata alle urne lo scorso 28 settembre, è stato confermato presidente l’esponente dell’Union Valdôtaine Renzo Testolin, che guida il territorio al confine con Francia e Svizzera dal marzo 2023. In Valle d’Aosta, unico caso in Italia insieme al Trentino-Alto Adige, il presidente della Regione non viene eletto direttamente dai cittadini ma dal Consiglio regionale. È stato dunque l’aula a confermare Testolin con 21 voti su 35, dopo che il presidente uscente era risultato il più votato alle elezioni del 28 settembre con 3.808 preferenze.
Il voto ha restituito una netta affermazione dell’Union Valdôtaine, che con il 32% e 12 seggi si è confermata primo partito della regione. Attorno a questo perno, Testolin ha costruito una nuova maggioranza a trazione autonomista diversa rispetto a quella della consiliatura precedente a causa dell’ingresso di Forza Italia, che subentra al Partito Democratico, e di Azione. Confermati, invece, gli autonomisti di Stella Alpina e Rassemblement valdôtain.
La coalizione di centrodestra, che si era presentata compatta alle urne, si è separata dopo il voto, così Fratelli d’Italia e Lega non sono entrate nell’accordo per la giunta e ora siedono all’opposizione. Con la sua nuova maggioranza, il presidente Renzo Testolin tenta ora di guidare la Valle d’Aosta dentro un nuovo equilibrio politico: rimane forte la vocazione autonomista, ma al centro dell’accordo con Forza Italia c’è un patto di maggior dialogo con Roma. “La nostra autonomia – ha dichiarato Testolin illustrando il suo programma di governo – deve essere vissuta in modo dinamico, con l’esercizio pieno delle nostre competenze e la difesa dell’identità valdostana. Solo così potremo recuperare uno spirito di appartenenza che negli anni si è affievolito”.
L’ipotesi di una nuova legge elettorale avanzata dalla maggioranza
Dopo la chiusura definitiva di questa tornata elettorale, il deputato e responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli (anche vice presidente del Copasir e segretario di presidenza di Montecitorio) ha sostenuto la necessità di modificare in tempi rapidi la legge elettorale. Non a caso: la Legislatura sta per entrare nel suo ultimo anno di vita (terminerà a ottobre del ‘27, anche se è ormai certo che si voterà nella primavera precedente) e nella storia della Repubblica la legge elettorale è sempre stata uno strumento utilizzato per orientare le urne a proprio favore.
L’attuale sistema, in vigore dalla fine del 2017, è il cosiddetto Rosatellum, dal nome dell’allora deputato del PD, passato nel frattempo ad Azione, Ettore Rosato. È un sistema elettorale misto che combina proporzionale e maggioritario: circa un terzo dei parlamentari viene eletto in collegi uninominali (il candidato più votato vince) e i due terzi rimanenti tramite collegi plurinominali con liste bloccate.
Lavorano alla riforma quattro delegati dei partiti di governo: Donzelli per FdI, Stefano Benigni per Forza Italia, Andrea Paganella e Roberto Calderoli per la Lega. L’ipotesi principale che circola è quella di un sistema proporzionale puro con un premio di maggioranza per la coalizione che arriva prima.
Uno degli obiettivi della proposta è eliminare i collegi uninominali previsti dal Rosatellum. Per FdI questo meccanismo potrebbe rappresentare un problema poiché, con un centrosinistra unito, il voto premierebbe chi riesce a vincere nel proprio collegio anche di un solo voto, come è stato per le scorse politiche, quando il Rosatellum ha favorito il centrodestra (si pensi che nella tornata elettorale del 2022 il centrodestra, in termini assoluti, ha accumulato circa 12 milioni di voti, mentre tutti gli altri partiti, che correvano separatamente, circa 15). Le simulazioni basate sui risultati delle ultime politiche mostrano che una coalizione progressista compatta otterrebbe vari seggi in più al Senato rispetto agli attuali, rendendo più difficile formare una maggioranza per il centrodestra.
La maggioranza sta valutando anche di inserire sulla scheda elettorale il nome del candidato presidente del Consiglio proposto dalla coalizione, per rendere più trasparente l’offerta politica, il che di fatto riproporrebbe in forma limitata uno degli elementi della riforma costituzionale sul premierato, ancora in discussione in Parlamento. L’introduzione del nome favorirebbe in modo particolare il partito più grande della coalizione, per questo motivo Lega e Forza Italia non sembrano favorevoli.
Tra le altre novità, si ipotizza la previsione di un premio di maggioranza modulare, quindi che cresce solo per chi supera determinate soglie di voto (40 o 45 per cento).
Resta infine il tema della composizione delle liste: la maggioranza vorrebbe mantenere i listini bloccati, che danno ai partiti la possibilità di indicare direttamente gli eletti. Le opposizioni, invece, chiedono un ritorno alle preferenze dirette come condizione per un eventuale accordo sulla riforma, ma al momento non sembra esserci convergenza.


