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Una legge in due minuti – il ddl sul reato di femminicidio approvato all’unanimità: cosa prevede, chi la critica e perché

25 Luglio 2025

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È stato approvato all’unanimità il 23 luglio scorso dall’Aula del Senato il disegno di legge del governo sul femminicidio e il contrasto alla violenza sulle donne (S. 1433), e trasmesso alla Camera per la seconda lettura. Firmato dai ministri della Giustizia Carlo Nordio, dell’Interno Matteo Piantedosi e per le Pari opportunità Eugenia Maria Roccella e approvato dal Consiglio dei ministri del 7 marzo 2025, ha cominciato il suo iter parlamentare il primo aprile scorso con la trasmissione al Senato e l’assegnazione alla commissione Giustizia, relatrice Giulia Bongiorno della Lega.

Il disegno di legge introduce nel codice penale l’articolo 577-bis, che disciplina il nuovo reato di femminicidio: punisce con l’ergastolo l’omicidio di una donna quando è commesso come atto di odio, discriminazione, controllo, possesso o in conseguenza del rifiuto di instaurare o mantenere una relazione. La norma riconosce specifiche aggravanti e attenuanti legate alle modalità e al contesto del reato.

Viene inoltre rafforzato il ruolo della persona offesa nel processo penale, in particolare nei casi che rientrano nel Codice rosso: è previsto, ad esempio, che la donna sia sempre informata su patteggiamenti, richieste di modifica delle misure cautelari e altre decisioni rilevanti, e che possa chiedere di essere ascoltata personalmente dal pubblico ministero. Valorizzato il ruolo di centri antiviolenza e case rifugio, che potranno esercitare i diritti della persona offesa.

Il provvedimento agisce anche sul piano delle tutele economiche, semplificando l’accesso all’indennizzo per le vittime di reati violenti e prevedendo il patrocinio gratuito a spese dello Stato per le donne vittime di violenza, con apposito stanziamento. Sul fronte carcerario, introduce misure più severe per i condannati per reati di violenza di genere.

Sono previste campagne di sensibilizzazione contro l’uso di droghe per commettere violenze sessuali, linee guida per contrastare queste forme di aggressione, e programmi di formazione specifici per i magistrati. Il disegno di legge riconosce anche alle vittime minorenni di almeno 14 anni la possibilità di rivolgersi autonomamente ai centri antiviolenza per ricevere supporto e informazioni. Completano il testo norme di coordinamento procedurale e garanzie di tenuta finanziaria delle misure previste.

L’approvazione in Senato è stata accolta con grande soddisfazione da parte del governo e di numerose forze politiche, che hanno sottolineato la portata “epocale” del provvedimento e il suo valore come segnale forte nel contrasto alla violenza di genere. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivolto un ringraziamento trasversale alle forze politiche di maggioranza e opposizione per il sostegno alla proposta e per il contributo al suo miglioramento, auspicando una rapida conclusione dell’iter alla Camera dei deputati. La senatrice Giulia Bongiorno ha definito il provvedimento una “forte posizione contro chi considera le donne esseri inferiori”.

Accanto al consenso politico, tuttavia, sono state sollevate alcune critiche e osservazioni da parte di associazioni ed esperti: la rete D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza ha espresso preoccupazione per la formulazione dell’articolo relativo al femminicidio. L’uso di espressioni come “atto di discriminazione o di odio verso la persona offesa in quanto donna” o “per reprimere l’esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà” viene ritenuto problematico nell’attuale contesto giudiziario. Il timore è che queste espressioni possano richiedere la prova di un dolo specifico o di un movente determinato, rischiando così di limitare l’efficacia della norma.

Anche tra giuristi e accademici si sono registrate opinioni divergenti: alcuni hanno messo in discussione l’introduzione di una fattispecie autonoma di femminicidio, ritenendo più opportuno rafforzare le aggravanti già previste dall’ordinamento o applicare in modo più rigoroso le norme esistenti. Altri, al contrario, hanno sostenuto che una figura specifica di reato possa rappresentare un segnale necessario e utile per rendere più efficace la tutela penale, considerando la natura e la frequenza con cui le donne sono vittime di violenza.

Infine, anche tra i sostenitori del provvedimento è emersa la consapevolezza che la sola norma penale non basta, ribadendo la necessità di un approccio più ampio e integrato, che investa sulla prevenzione attraverso educazione al rispetto, alla parità di genere e al rifiuto della violenza, a partire dai percorsi scolastici della scuola primaria.

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